Come cambia il biologico: il meglio e il peggio delle nuove regole Ue

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Approvato il nuovo regolamento europeo in vigore dal 2020. Molti i punti controversi: dalla coltivazione in serra alle sementi convenzionali. E sulla contaminazione da pesticidi e fitofarmaci l’Ue slitta ancora. E in Umbria? Ecco i dati.

di Emanuela De Pinto

Biologico in Europa: c’è l’accordo. Dopo tre anni di lavoro (la prima bozza nel 2014) vede la luce il nuovo Regolamento europeo sull’agricoltura biologica. Approvato dal Consiglio e dal Parlamento Ue, è ora in discussione al Consiglio Agricolo e dovrà essere infine votato, probabilmente non prima di settembre, per entrare in vigore nel 2020. Prima di allora, però, molte cose potrebbero ancora cambiare, perché a storcere il naso sulle nuove norme sono in molti. La diatriba riguarda principalmente gli Stati del Nord e quelli del Sud Europa. I primi vorrebbero un sistema di regole meno rigido che permetta di produrre il maggior numero di prodotti bio e metterli in circolazione tra i vari Stati membri senza troppe difficoltà. I secondi, invece, non condividono alcune concessioni in materia di agricoltura biologica, la quale per definizione deve rispettare rigorosi criteri e modelli di produzione. Vediamo in dettaglio i punti più spinosi del nuovo regolamento.

Soglie di contaminazione da sostanze non autorizzate

E’ uno dei temi che sta facendo più discutere. Belgio e Italia avrebbero voluto soglie di tolleranza al di sopra delle quali un prodotto non può più essere classificato come biologico. Ma il Parlamento Europeo ha preferito rimandare la questione, stralciandola dal nuovo regolamento, e dicendo di fatto ‘no’ alla decertificazione automatica di prodotti con residui di fitofarmaci. Restano salve però le norme nazionali vigenti, pertanto in Italia si continuerà ad essere rigidi su questo punto. Agrinsieme, il coordinamento tra Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, Cia, Confagricoltura e Copagri, denuncia “l’assenza di armonizzazione tra i vari stati membri sulle soglie di contaminazione da sostanze non autorizzate dei prodotti biologici. Avremmo preferito – si legge in una nota – venissero adottate misure armonizzate per quanto riguarda il rilievo delle contaminazioni e maggiori tutele per i produttori biologici”.

Produzioni biologiche in serra

Altro punto controverso è l’introduzione di una deroga fino al 2030 per le produzioni biologiche in serra in alcuni Paesi del nord Europa (Finlandia, Svezia e Danimarca), dettate da questioni climatiche. Per molti, però, consentire la coltivazione di prodotti bio non seminati su terra è un’eresia, qualcosa che stona con il concetto stesso di agricoltura biologica dove il legame con la terra è fondamentale, in quanto garanzia di biodiversità.

Sementi biologiche

C’è poi il punto relativo alle sementi biologiche, per le quali sono state previste ampie deroghe fino al 2035 per consentire l’utilizzo di sementi convenzionali per la produzione di alimenti certificati biologici. “Noi riteniamo – scrive Agrinsieme – che la produzione biologica non possa che partire da semi biologici. A tal riguardo è stato sicuramente lodevole che il nostro Paese, anticipando la Commissione, si sia già dotato di una banca dati nazionale con un apposito decreto del Mipaaf del 24 febbraio scorso, al fine di ridurre le richieste di deroghe e di monitorare la disponibilità di sementi biologiche in Italia”. E proprio l’Italia è da esempio in Europa in quanto il nuovo sistema di regole prevede la creazione di database sui semi bio per facilitare l’incontro tra domanda e offerta.

Il sistema dei controlli

Rispetto alle norme italiane, l’Ue ha allentato la cinghia delle ispezioni in Europa. I produttori Ue saranno controllati almeno una volta l’anno, ma nel caso in cui l’operatore risulterà in regola per tre anni consecutivi, la forbice dei controlli si allargherà ad ogni due anni. Sulle importazioni da Paesi terzi extra Ue, invece, la vigilanza si fa più serrata. Le norme di ‘equivalenza’ non varranno più, quindi prodotti che prima erano giudicati equivalenti e reciprocamente riconosciuti da diversi Paesi, ora dovranno passare ulteriori controlli prima di essere certificati bio ed entrare nel mercato di un altro Paese. In altre parole, dovranno rispettare il regolamento europeo in tutto e per tutto per poter essere commercializzati.

Aziende miste e agevolazioni per i piccoli agricoltori 

Le nuove regole Ue autorizzano il regime delle aziende miste, vale a dire quelle imprese agricole che sono in parte convenzionali e in parte biologiche. Le due attività devono però essere ben separate e distinte. Inoltre, è previsto che i piccoli produttori possono fare gruppo e richiedere la certificazione biologica unica per abbattere le spese e incentivare la produzione.  

I dati italiani e dell’Umbria

“Nella nostra regione sono circa 1.350 i produttori del biologico e la Sau  (Superficie Agricola Utilizzata) si attesa al 12%, ancora troppo poco se consideriamo che la domanda supera l’offerta”, spiega al telefono Anne Marjatta Heliste, presidente Aiab Umbria, l’associazione che riunisce i coltivatori e gli allevatori del biologico nel polmone verde d’Italia. “Abbiamo fatto una raccolta firme per chiedere alla Regione di arrivare almeno 20%, ma il Psr ha destinato solo il 3,7% delle risorse al comparto bio, mentre altre regioni come Toscana, Lazio e Marche ne riservano il 13%”. Tra i motivi del non decollo del bio in Umbria ci sono “i costi alti, rispetto all’agricoltura convenzionale, in quanto ogni fase della produzione deve rispettare certi criteri rigorosi come il diserbo manuale e niente uso di pesticidi chimici. Inoltre, spiga ancora la presidente Aiab regionale – la resa è  minore, a fronte di una burocrazia che è decisamente troppo ingombrante. Un esempio: per la mia azienda di circa 40 ettari, con pecore da latte e produzione di formaggio, paghiamo 2.000 euro l’anno per la certificazione. Molte aziende rinunciamo. Noi che siamo anche trasformatori, per produrre il formaggio abbiamo ben 5 registri da compilare”, conclude.

LEGGI ANCHE: BOOM DEL BIOLOGICO IN ITALIA, MA L’UMBRIA E’ IN CONTROTENDENZA

Eppure, nel resto d’Italia il biologico vola. Il Belpaese è al primo posto in Europa per estensione e al secondo per produzione. Secondo l’ultimo Rapporto del Sinab ‘Bio in cifre 2016’ In Italia le imprese inserite nel sistema di certificazione per l’agricoltura biologica sono 59.959 di cui: 45.222 produttori esclusivi; 7.061 preparatori esclusivi (comprese le aziende che effettuano attività di vendita al dettaglio); 7.366 che effettuano sia attività di produzione che di preparazione; 310 operatori che effettuano attività di importazione. Nel corso del 2015 hanno quindi scelto di convertire la propria impresa oltre 4.500 operatori. Rispetto ai dati riferiti al 2014 si rileva un aumento complessivo del numero di operatori dell’8,2%. I principali orientamenti produttivi in Italia sono le colture foraggere (281.907 ha), i pascoli (257.263 ha) e i cereali 8226.042 ha). Segue, in ordine di estensione, la superficie investita ad olivicoltura (179.886 ha).

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