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Origine del latte in etichetta. Assolatte: 7 ragioni per cui non è una buona legge

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Dal 19 aprile in vigore l’obbligo di riportare sulle confezioni di latte e formaggi il luogo di origine e lavorazione. L’Associazione delle industrie italiane lattiero-casearie ha dubbi sull’utilità della norma: sarebbe fuorviante, miope, iniqua e in contraddizione con i principi dell’Unione Europea. Ecco perché.

di Redazione

Un’etichetta sempre più trasparente, che certifica l’autenticità del prodotto italiano. Dal 19 aprile scorso le aziende che producono latte, yogurt, burro, latticini e formaggi hanno l’obbligo di indicare sulle confezioni sia la provenienza del latte utilizzato negli stabilimenti italiani, che il Paese dove il latte è stato condizionato e/o trasformato.

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Ma la norma che è appena entrata in vigore non convince tutti. A non fare proprio i salti di gioia è Assolatte, l’Associazione delle industrie italiane che operano nel settore lattiero caseario (con un fatturato che sfiora i 14,5 miliardi di euro e un indotto che dà lavoro ad oltre 100.000 lavoratori), secondo cui la norma presenta almeno 7 gravi criticità:

Una norma fuorviante –  Secondo Assolatte l’indicazione in etichetta spingerebbe i consumatori a diffidare erroneamente di latte e formaggi non italiani.  “Se sulle confezioni c’è scritto ‘origine Ue’ i consumatori possono stare tranquilli, perché in tutti i Paesi dell’Unione Europea gli standard di qualità e di sicurezza sono garantiti da un sistema di norme e controlli allineato e molto severo, e perché i prodotti rispondono ai medesimi criteri. E se sulle confezioni c’è scritto ‘origine extra Ue’ si intendono i nostri vicini di casa della Svizzera e non certo Paesi esotici, come la Cina, da cui non arriva un litro di latte”. Assolatte ribadisce, poi, che tutto il latte lavorato subisce i medesimi controlli, anche quello in arrivo dalla Germania e dalla Francia: “Le cisterne vengono controllate una a una, e al minimo sospetto il latte non entra in produzione”.

Sminuisce il ruolo delle aziende di trasformazione –  Sono proprio le imprese di trasformazione, eccellenza italiana,  che ‘ci mettono la faccia con nome e marchio’ e che portano sulle tavole di milioni di consumatori italiani e in giro per il mondo il made in Italy in fatto di latte e formaggi. La norma non darebbe quindi la giusta fiducia e il giusto valore al loro lavoro.

Una legge miope –  La norma si concentrerebbe solo sulla provenienza del latte, ma di fatto per Assolatte la vera qualità è data anche e soprattutto dalla maestria della lavorazione. “Per ottenere una mozzarella, uno yogurt, un burro, una panna, un pecorino o un formaggio stagionato all’altezza della fama del vero made in Italy è altrettanto importante saper lavorare il latte con maestria, passione e know-how”.

E’ poco chiara – Per Assolatte il decreto che ha introdotto la nuova etichettatura è di difficile interpretazione, tanto da aver richiesto numerose circolari interpretative che non sono riuscite a chiarirne alcune disposizioni. Un susseguirsi di interpretazioni e di indicazioni, spesso in contrasto tra di loro che ha reso molto complessa e complicata l’adozione della nuova normativa da parte delle aziende.

Favorisce gli sprechi – Il decreto che introduce la nuova etichettatura è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 19 gennaio 2017 ed è in vigore dal 19 aprile. Le industrie del settore lamentano che tre mesi sono un lasso di tempo troppo breve per permettere alle imprese di smaltire le confezioni in magazzino. “Così – si legge in nota – le aziende sono costrette a mandarle in discarica: uno spreco davvero inaccettabile”.

Una norma iniqua – La nuova legge riguarda solo le aziende italiane, mentre chi produce latte, yogurt, burro e formaggi all’estero e li porta in Italia continuerà a farlo senza applicare le nuove regole, denuncia Assolatte, senza aver affrontato gli oneri e i costi necessari per adeguarsi alla nuova normativa italiana, denuncia ancora Assolatte.

Contraddice i principi che sono alla base dell’Unione Europea, di cui sono stati appena festeggiati i 60 anni di vita – La domanda è lecita. Assolatte si chiede “Si può parlare di mercato comune quando ogni paese si fa in casa le proprie regole? Pensiamo al recente dibattito sulle etichette nutrizionali a semaforo, che penalizzano tante eccellenze gastronomiche del made in Italy: una vicenda che ha scaldato l’opinione pubblica italiana e ha fomentato pesanti accuse di protezionismo nei confronti del governo britannico”. Il dubbio tendenzioso che lancia Assolatte è questo: “L’Italia, con i numerosi recenti interventi normativi per introdurre l’etichetta d’origine su numerosi prodotti alimentari, non sta forse facendo anch’essa del protezionismo?”.

I dubbi dei consumatori sulla nuova legge , le risposte di Assolatte alle domande più gettonate: https://goo.gl/lYayT1

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