Cereali, le ragioni della “Guerra del grano”

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In due anni il prezzo del grano è crollato del 40%. Gli agricoltori accusano le industrie di acquistare troppa materia prima dall’estero. I pastai: “Compriamo tutto il grano italiano, ma non basta”.

di Filippo Benedetti Valentini

Grano, nei soli ultimi due anni il prezzo è crollato di oltre il 40%. Con i costi di gestione che lievitano, i coltivatori italiani non riescono a coprire le spese di produzione e puntano il dito contro le industrie della pasta, accusate di avere un atteggiamento cinico e speculativo.

Cosa sta succedendo? La miccia che ha innescato una vera e propria “guerra del grano” tra coltivatori e trasformatori è stata l’uscita nei giorni scorsi dei listini rilevati dalle Camere di Commercio e Borse Merci nazionali, secondo le quali i prezzi del frumento duro sono scesi sotto i 200 euro la tonnellata. Così, il Ministero delle Politiche agricole ha convocato per mercoledì 20 luglio a Roma il tavolo nazionale della filiera cerealicola, per confrontarsi con tutti i rappresentanti di filiera sulle azioni di contrasto alla crisi del mercato cerealicolo.

Agricoltori sul piede di guerra

Il 13 luglio scorso, le associazioni di categoria Cia, Confagricoltura e Copagri hanno organizzato una manifestazione di protesta dal titolo “Grano Amaro”, in cui è stato sottolineato che oggi il valore del frumento è lo stesso di 25 anni fa (negli anni ’90 un quintale di grano veniva pagato 30mila lire, l’equivalente di 15 euro, mentre oggi appena 20 euro).

In particolare, secondo il responsabile settore cerealicolo di Confagricoltura Mario Salvi, contattato al telefono, il crollo dei prezzi dipende dalle importazioni di grano duro dall’estero, generalmente “più economico di quello italiano”. “Con la produzione nazionale di quest’anno – dice – potremmo far fronte a quasi tutto il fabbisogno nazionale, ma i pastai sostengono invece che il nostro frumento non è di qualità sufficiente per fare pasta e quindi devono compensare”.

Il nodo del contenuto proteico

La produzione di pasta è regolata da due leggi: il Regolamento CE n.1881/2006, che disciplina le quantità massime di contaminanti chimici tollerabili negli alimenti (micotossine, metalli pesanti, diossine, PCB diossina-simili, idrocarburi aromatici policiclici) e il Decreto del Presidente della Repubblica 183/01. Quest’ultimo, detto anche “Legge di Purezza”, prescrive l’obbligo di produrre pasta esclusivamente con grano duro nel rispetto di parametri riguardanti l’umidità, il contenuto di ceneri, il grado massimo di acidità e un tenore minimo di tenore proteico. Ebbene, gli industriali della pasta rappresentati dall’Aidepi, sostengono che “la gran parte del grano duro prodotto in Italia ha un tenore proteico piuttosto basso che necessita di essere miscelato con il grano estero, assicurando così la costanza qualitativa del prodotto“. Sul fronte opposto, invece, i coltivatori sostengono che “la qualità italiana non è inferiore a quella estera e i campioni di grano 2016 testimoniano ancora una volta il contrario, tanto che proprio alla Borsa merci di Bologna le voci del listino sono state adeguate all’alto standard proteico registrato sul territorio”.

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Il fabbisogno nazionale

gRANO E PASTA INFOGRAFICAL’Italia, comunica Aidepi, è il primo produttore europeo di grano duro. Ma i 4 milioni di tonnellate prodotti nel 2015, tutti acquistati dall’industria italiana, non hanno coperto il fabbisogno dei nostri pastai (5,8 milioni di tonnellate). Per questo circa un terzo del necessario viene acquistato principalmente da stati Uniti, Canada, Australia e Francia.  “Ci stupiamo dell’uso di grano duro non italiano per la nostra pasta, dimenticando che da sempre l’Italia non è autosufficiente. Anzi, il deficit attuale (30-40%) di grano italiano è la metà rispetto a 120 anni fa, quando il mito della pasta italiana si costruiva grazie al pregiato grano russo. Qualcuno specula sulla presunta scarsa salubrità del grano estero, ma i dati confermano che è controllato esattamente come quello nazionale, spesso costa di più (fino al 10-15%) e negli ultimi anni – conclude Aidepi – mai un campione entrato nel porto di Bari è risultato fuori legge”.

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L’Italia è leader mondiale sul mercato della pasta e per questo tra i Paesi con il maggior fabbisogno di grano duro. Ogni anno l’industria della pasta trasforma circa 5,8 milioni di tonnellate di grano duro, equivalente a un sesto della produzione mondiale. Di questi, 4 milioni di tonnellate provengono dal mercato interno. Così, per soddisfare il fabbisogno, acquista la parte restante (circa 1,4 milioni di tonnellate) dall’estero. In pratica, sostengono le industrie, “se venisse prodotta pasta di solo grano nazionale, gli italiani dovrebbero rinunciare a 3 piatti di pasta su 10, perdendo così il primato mondiale nella produzione e nell’esportazione di pasta, con danni enormi al settore e agli altri comparti trainati dall’export di pasta, come olio, formaggio e pomodoro”.

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Oggi dipendiamo meno dall’estero rispetto a 100 anni fa, ma produciamo ed esportiamo di più

L’attuale deficit strutturale di grano (circa il 30-40% a seconda dall’andamento climatico) è la metà rispetto al 70% registrato a fine Ottocento. Già allora, nei porti di Napoli, Genova e Bari arrivavano dal Mar Nero varietà di grano pregiate e costose. Da quel periodo, secondo Aidepi, l’entità delle importazioni è rimasta stabile attorno ai 2-2,5 milioni di tonnellate di grano duro l’anno, in Italia la superficie coltivata a grano duro è rimasta più o meno la stessa, ma le rese sono almeno triplicate (da meno di 1 tonnellata a 3-4 per ettaro) e, allo stesso tempo, è cresciuto di molto il fabbisogno. Tanto che la produzione di pasta (3,46 milioni di tonnellate nel 2015) è aumentata di 6 volte negli ultimi 80 anni. E l’export di pasta è passato in 60 anni dal 5% al 58% del totale produzione (1955-2015).

Produttori Vs industriali: conflitto senza fine?

Confagricoltura ha avanzato delle proposte che saranno portate alla riunione di Roma del prossimo 20 luglio: innanzi tutto, un meccanismo telematico per la rilevazione dei prezzi, che dovrà effettuare aggiornamenti quotidiani e non più settimanali. I suoi indici, viene precisato, dovranno scaturire dall’analisi dei contratti realmente stipulati ed eseguiti, che rappresentino una tendenza di riferimento per  orientare i listini futuri. Il sistema definirà così un ‘prezzo di riferimento’ giornaliero, capace di indicare le tendenze per il futuro e favorire delle premialità per chi produce grano di alta qualità. Altra richiesta è quella di mettere allo stesso tavolo produttori e industriali per condividere accordi e contratti di filiera.

Inoltre, un database di informazioni utili ed a disposizione di tutti gli attori, in modo da non consentire speculazioni, oltre ad un quadro aggiornato delle scorte presso gli stoccatori, rendendo obbligatoria la fornitura di tali dati al ministero. Serve poi rendere noti, in tempo utile, i dati sulle semine che emergono dalle domande pac e quelli doganali sulle importazioni. Un quadro così aggiornato, secondo l’associazione, riuscirebbe a fornire una fotografia reale della situazione di stoccaggi, semine ed importazioni, permettendo agli operatori una migliore analisi delle tendenze di mercato.

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