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Insegniamo al mondo come fare la “scarpetta”. I numeri del pomodoro italiano

Insegniamo al mondo come fare la “scarpetta”. I numeri del pomodoro italiano

L’anno scorso prodotte oltre 5 milioni di tonnellate (+10% rispetto al 2014). Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti i principali acquirenti

di Filippo Benedetti Valentini

Senza passata di pomodoro non esisterebbe condimento per pasta, pizza, polpette e una miriade di altri piatti della tradizione italiana. Forse, senza quel sugo, la cucina più apprezzata nel mondo non esisterebbe affatto. E’ il motivo per cui in Italia si produce sempre più pomodoro “da industria” e sempre di alta qualità: quasi cinque milioni e mezzo di tonnellate nel 2015, circa il 10% in più rispetto all’anno precedente. Un fiume di deliziosa salsa che dà il nostro colore preferito alla tavola. E frutta, secondo stime del Wptc (Organizzazione internazionale delle aziende conserviere), oltre un miliardo e mezzo di euro.

Le buone performance di questo prodotto sono state recentemente analizzate da uno studio condotto da Ismea in collaborazione con l’Alleanza delle Cooperative Italiane, Italia Ortofrutta ed Unaproa. Un’indagine che ha permesso di stimare la produzione distinta per tipologia di pomodoro (a bacca tonda, allungata e pomodorino) e di individuare l’andamento della campagna nelle principali aree di produzione del Paese.

Prima di tutto, sgombriamo il campo da equivoci sulla qualità. Secondo la legge italiana può essere definita “passata di pomodoro” solo quella ottenuta “per spremitura diretta del pomodoro fresco, sano e maturo”. Dunque, niente materia prima congelata né tantomeno frullati di acqua e concentrati (i prodotti ottenuti in questi modi devono essere invece definiti “preparati per sugo”). Inoltre, un decreto del Mipaaf del 2006, specifica che in etichetta deve essere indicata la zona di coltivazione dei pomodori, riportando l’area “effettiva” – ad esempio la Regione – oppure lo Stato. Insomma, se si chiama passata di pomodoro 100% italiana, nessun dubbio.

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Ma dove viene coltivata la montagna di pomodori usata per il condimento più apprezzato in tutto il mondo? Come sottolinea lo studio di Ismea, la produzione è concentrata soprattutto in due zone: al Sud, nella provincia di Foggia, dove si produce circa il 30% del pomodoro da industria (prevalentemente quello a bacca allungata per i pelati); al Nord, nelle province di Piacenza, Ferrara, Parma, Mantova, Ravenna e Cremona, da dove proviene circa la metà del pomodoro prodotto e trasformato in Italia, in particolare del tipo a bacca tonda. A seguire la Maremma toscana, l’Alto Lazio e le province campane di Caserta, Salerno e Napoli.

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Sempre secondo Ismea, nel 2015 la resa produttiva media nazionale è stata di circa 738 quintali per ettaro, in aumento dello 0,9% rispetto al dato medio del 2014. Incremento dovuto principalmente al clima favorevole dell’anno scorso.

Insomma, quello del pomodoro si conferma sempre di più uno degli assi nella manica dell’agroalimentare italiano. Secondo l’Anicav, l’associazione nazionale delle imprese delle conserve vegetali che, a luglio scorso all’Expo di Milano, ha presentato un report sulle esportazioni, la filiera del pomodoro è cresciuta del 3,6% sui mercati internazionali. In particolare, la Germania acquista circa il 20% della quota per un valore di 285 milioni di euro. Seguono Regno Unito (15%), Francia (8,6%) e Stati Uniti (6%). Allo stesso tempo, crollano le importazioni di concentrati dalla Cina (-54%). Ecco i numeri di un successo italiano che insegna al mondo cosa significa mangiare bene.

(Per i dati economici si ringraziano la Dott.ssa Linda Fioriti e il Dott. Mario Schiano Lo Moriello di Ismea)

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