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Nuova legge sulla birra artigianale. Ma non è un Paese per Lambic e Barleywine

Nuova legge sulla birra artigianale. Ma non è un Paese per Lambic e Barleywine

Intervista ad Alessio Selvaggio di UnionBirrai. Approvato alla Camera il nuovo provvedimento che definisce il settore, ora la partita si gioca al Senato sui parametri di acidità, torbidità e gasatura.

di Emanuela De Pinto

Finalmente anche in Italia esiste, a norma di legge, la ‘birra artigianale’.  Con l’adozione del collegato Agricoltura alla Camera dei Deputati, si spazza via la vecchia legge sulla birra datata 1962 e vengono introdotte novità rilevanti per i microbirrifici. Si definisce artigianale la “birra prodotta da piccoli birrifici indipendenti e non sottoposta, durante la fase di produzione, a processi di pastorizzazione e di microfiltrazione”. Inoltre, “si intende per piccolo birrificio indipendente un birrificio che sia legalmente ed economicamente indipendente da qualsiasi altro birrificio, che utilizzi impianti fisicamente distinti da quelli di qualsiasi altro birrificio, che non operi sotto licenza di utilizzo dei diritti di proprietà immateriale altrui e la cui produzione annua non superi 200.000 ettolitri, includendo in questo quantitativo le quantità di birra prodotte per conto di terzi”.

Nel rispetto della normativa europea sulla concorrenza, inoltre, “si prevedono risorse per favorire il miglioramento delle condizioni di produzione, trasformazione e commercializzazione nel settore del luppolo e dei suoi derivati. Dando priorità al finanziamento di progetti di ricerca e sviluppo per la produzione e per i processi di prima trasformazione del luppolo, per la ricostituzione del patrimonio genetico del luppolo e per l’individuazione di corretti processi di meccanizzazione”.

Tutte novità che danno finalmente risposte alle richieste dei nostri produttori e creano i presupposti per sviluppare a pieno la filiera nazionale della birra artigianale. Ma è veramente tutto chiarito? Lo abbiamo chiesto ad Alessio Selvaggio del Direttivo UnionBirrai, l’associazione culturale che riunisce i produttori di birra artigianale in Italia, gli esercenti e gli appassionati consumatori.  

Soddisfatti per il risultato raggiunto?

“C’è un percorso legislativo in atto, ma ancora nulla è definitivo. Il provvedimento per la definizione di birra artigianale è passato alla Camera ma deve ora rimbalzare al Senato, poi vedremo i risultati tra qualche mese. Riteniamo importante questa prima azione politica, ma ricordiamo che tutto l’impianto normativo che regola il prodotto birra in Italia è da rivedere profondamente”.

Quindi, non tutte le birre artigianali oggi prodotte in Italia rientrano nella nuova definizione approvata alla Camera?

“Non si parla in questo caso della definizione di birra artigianale, anche se la nuova proposta di definizione non specifica i parametri di riferimento per la pastorizzazione e microfiltrazione, che verranno probabilmente introdotti in un apposito allegato sul quale avanzeremo le nostre proposte, il che rende tutto più complicato e poco chiaro in caso di controlli e verifiche”.

Qualche esempio sugli stili di birra che potrebbero risentire maggiormente di questa incertezza?

“Le birre Lambic, che l’Italia ha imparato a produrre seguendo le orme del Belgio, leader nella produzione della birra artigianale. Molti produttori italiani si ispirano a queste birre particolarmente acide, ma la norma attuale lega molto le mani ai produttori. Idem per la produzione di quelle birre cosiddette Barley Wine  – più conosciuta come ‘vino d’orzo’, una birra ad alta fermentazione di origine britannica. Sapori e tasso alcolico ricordano molto il vino rispetto alla media delle birre, da cui il nome (ndr) – con una gasatura talmente bassa da non rientrare nella definizione di ‘birra’ in Italia, mentre nel mondo anglosassone esistono da sempre”.

Quindi, producendo birra acida o a bassa gasatura si può cadere in sanzioni? Eppure, è questo il bello delle birre artigianali, ogni etichetta una personalità…

“Sì, a volte si rischiano pesanti sanzioni amministrative. Noi produttori italiani stiamo dando grande vivacità al mercato: si contano 700 impianti di birra, che significa almeno 2.000 operatori nei birrifici e circa 4.000 occupati nell’indotto. Dare più spazio e margine all’interpretazione dei vari stili di birra artigianale non può che fare bene all’economia dell’Italia. Voglio ricordare che il mercato delle birre artigianali è stato in grado di imporre un cambio di rotta alle industrie del settore, che sempre di più ‘scimmiottano’ le produzioni artigianali per evitare di perdere quote di mercato, come sta accadendo da un po’. Questo deve dirci qualcosa”.  

Il provvedimento passerà ora in Senato, cosa chiedete?

“Rivedere non solo la definizione ma tutta la normativa. Anche perché è un controsenso ammettere in commercio birre straniere e porre dei limiti alla potenzialità dei nostri birrifici artigianali. Nella prossima audizione in Senato ne succederanno di tutti i colori, credo”.

Un tasto dolente rimane quello delle accise…

“Abbiamo di recente lanciato una nota stampa congiunta, Cna e UnionBirrai, in cui spieghiamo che ci sentiamo come Davide contro Golia, solo che per ora Davide le prende. Abbiamo remore sul corretto posizionamento del misuratore fiscale. Questo strumento, a causa di un’errata interpretazione dell’Agenzia delle Dogane, da elemento di semplificazione è stato trasformato in elemento di vessazione: la burocrazia chiede che il misuratore venga posto a monte del processo produttivo anziché a valle, come prescrive la legge. La conseguenza? Il microbirrificio paga le accise sul mosto e non sul prodotto da porre in vendita, rimettendoci sullo sfrido, e non al momento di porre in vendita la birra ma in anticipo. In conclusione paga, paradossalmente, più dei grandi stabilimenti industriali. Mentre in Europa 3 Paesi su 4 prevedono sconti sulle accise per i piccoli produttori di birra”.

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