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Locanda A Bon’Ora: così un ‘ristoquario’ porta l’arte in tavola

Locanda A Bon’Ora: così un ‘ristoquario’ porta l’arte in tavola

Tappa nel locale di Emo Antinori, a Camporoppolo, Spoleto. Ha reso l’abitazione un piccolo museo e ne ha fatto un ‘non ristorante’ per condividere arte e gusto.

Info in breve:

Locanda A Bon’Ora

Località Camporoppolo, 71 Spoleto (Pg) – 0743.51786 – 348.3332993

Prezzo medio (da € a €€€€): €€€ – Aperto solo a cena, chiuso il martedì

di Emanuela De Pinto

Un ‘ristoquario’, così definiscono gli amici Emo Antinori. Quando varchiamo la soglia della Locanda A Bon’Ora, in aperta campagna a Camporoppolo, vicino Spoleto, una cosa è subito chiara: non siamo nel solito ristorante imbellettato, arredato magari con raffinatezza ma in modo impersonale, e neanche niente di simile alla più spartana trattoria.

Siamo nella casa di un antiquario da tre generazioni: lo era un prozìo, lo è stato il padre (tra i fondatori della Mostra di Antiquariato di Assisi), lo è Emo. Ma cosa c’entrano antichità preziose con la buona tavola? Il buono e il bello, qui, sono due facce della stessa medaglia. “L’avventura è nata nel 2013. Quando ho avuto più tempo libero con il mio lavoro da antiquario, vista la crisi del mercato soprattutto in Italia, ho deciso di dedicarmi a un’altra delle mie passioni, la cucina. Volevo creare un luogo da sempre cercato, in tanti ristoranti italiani ed europei, ma mai trovato: un locale accogliente e intimo come un focolare domestico, in cui poter condividere con i miei ospiti una parte della mia vita, e dare l’opportunità di ammirare opere d’arte come in un museo, gustando la tradizione umbra. Ho deciso tardi… e da qui il nome ‘A Bon’Ora’”.

Le opere d’arte e la locanda

Proprio così: calore, storia e bellezza fanno della Locanda A Bon’Ora un luogo unico. Si cena circondati da oggetti che raccontano vite, usi e costumi d’un tempo, antichità per lo più di Alta epoca (secoli 1400-1500-1600) di cui Emo narra la storia, le origini, la scoperta.      

Come l’importante mascherone da fontana in pietra serena dello scultore fiorentino Bernardo Buontalenti (XVI secolo), o l’angelo ceroforo in arenaria della Borgogna, (fine 1300-primi anni del 1400). All’ingresso della seconda sala troneggia l’enorme leggìo da coro, opera del Centro Italia, in legno di noce, del XVI secolo. Chissà, viene da chiedersi, quali voci hanno risuonato dalla sua imponenza, quanti riti e celebrazioni ha servito.

Pezzi che Emo ha collezionato in anni e anni di onorata carriera, e che oggi condivide con i commensali. La Locanda A Bon’Ora è, infatti, anche la sua attuale abitazione: al primo piano di questo casale di campagna due camere matrimoniali arredate con un mix di modernità e antico affascinante, per chi vuole fermarsi una o più notti. Dipinti, sculture, tavoli e oggetti d’arredo: tutto qui è in vendita. Una locanda dove dormire, un ristorante tradizionale, ma anche un vero e proprio negozio. Volete acquistare l’antico tavolo sul quale avete cenato? Si può fare.

Le materie prime

L’arte è negli oggetti ma anche nei piatti. Solo fornitori locali, come le verdure dell’orto di Domenico, coltivatore spoletino di fiducia; la carne di Tiburzi, azienda di Montepennino che da oltre 50 anni è garanzia di alta qualità e genuinità; o l’olio di Massimo Forsoni, miglior extra vergine spoletino nella rassegna SpoletOlio 2015 e, non da ultimo, i salumi del norcino Giorgio Calabrò, località Visso, che prepara ciauscolo al tartufo, prosciutto di pecora, salame con le noci e altre squisitezze.

La cucina             

Qui si gustano opere d’arte, ma anche storie di famiglia. In cucina Emo ha un braccio destro formidabile e di comprovata esperienza: Lilia, sua cugina, già apprezzatissima cuoca di rinomati ristoranti della zona. La sua cucina è patrimonio culturale e gastronomico spoletino.

“All’inizio – racconta Emo – mi sono rivolto a chef professionisti, ma sul menù io non avevo mai voce in capitolo, non era la mia cucina… era la loro. Con Lilia ho trovato la giusta dimensione. Qui si gusta la cucina della nostra famiglia materna, dei miei nonni contadini di Colle San Tommaso, è stato emozionante riconoscere i sapori dell’infanzia, che non ricordavo più. Come la galantina a Natale, che non fa quasi più nessuno”.

“Faccio questo mestiere da 32 anni – racconta Lilia – . Ho iniziato come lavapiatti, ma lo chef del ristorante dove lavoravo all’epoca chiese subito alla proprietaria di cambiarmi di ruolo, mi voleva in cucina con lui”. La modestia e la gentilezza, a nostro avviso, sono doti imprescindibili per chi di mestiere cucina per gli altri, per trasformare ciò che la natura offre, senza snaturarlo. Come Lilia sa fare magistralmente. Assaggiamo moltissimi piatti, partendo dall’antipasto della casa, composto da un crostino di ricotta di pecora e melograno, spiedino di provola, pancetta e prugna, fagiolini e fiori di zucca fritti, involtino di melanzane alla parmigiana, prosciutto crudo di Norcia tagliato al coltello e lombetto: abbondante, stuzzicante, buonissimo.

Assaggiamo anche la panzanella con le verdure di stagione, resa ancora più saporita dalle alici marinate adagiate sopra: fresca e sfiziosa. Con i primi Lilia gioca il jolly: specialista della pasta fresca, i suoi maltagliati con crema di fave, pancetta croccante e scaglie di pecorino sono la prova che sì, saremo tutti  puniti per i nostri peccati di gola. Notevole il risotto zafferano e tartufo, e per finire gli spaghetti alla bottarga di Muggine, dadolata di sedano e limone: una ventata di estate.

I secondi sono dei classici, ma dal gusto ricercato. Come la tagliata o il filetto di vitello alle pesche e brandy, la tartare con sedano, pepe e limone (uno dei piatti che va fortissimo, insospettabilmente, in una terra in cui la carne grigliata è una regola), o la sorpresa delle patate al forno con salmone crudo affumicato, panna acida e finocchio selvatico, preso nell’orticello della veranda.

Classicità, ma anche voglia di stupire. La scelta delle insalate sorprende. Ce ne sono tante, e tutte con una forte personalità. Scegliamo di assaggiarne una su cui, detto tra di noi, non avremmo mai scommesso: le pesche con tonno, maionese e capperi. Un piatto lontano dalla tradizione umbra, che rispecchia più il lato giramondo di Emo, la contaminazione di vari stili di pensiero in cucina. Assaggiamo uno, due, tre bocconi e veniamo rapiti. Un agrodolce delicato, cremosissimo, fortemente mediterraneo. Nella lista dei dolci la vera sorpresa è il ‘patalocco spoletino’, dolce tipico ormai introvabile, con uvetta, anice e finocchio: per tornare bambini.

La Locanda A Bon’Ora non è il classico locale, come del resto non lo è il suo proprietario. “Non sono un ristoratore, bensì un ‘viaggiatore’ alla ricerca di piccole emozioni per il palato”, dice di sé. E allora ben venga un nuovo itinerario, tra arte e gusto.  

www.locandaabonora-spoleto.it

(A cura di BrandPress Servizi Editoriali)

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