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Produttori agricoli di Norcia terremotati: “Restiamo qui, ma aiutateci a far ripartire presto la produzione”

Produttori agricoli di Norcia terremotati: “Restiamo qui, ma aiutateci a far ripartire presto la produzione”

L’appello di alcuni agricoltori e allevatori che non hanno mai lasciato le loro aziende. Per stare vicino ai loro animali, dormono in auto. Senza corrente, né acqua. Ma con la paura nel cuore, chi può farlo, torna a lavoro.

di Emanuela De Pinto

A tre giorni dal terremoto di magnitudo 6.5 che ha colpito la Valnerina danneggiando antichi borghi dell’Umbria, qual è la situazione degli allevatori e agricoltori che in quelle zone hanno costruito una vita intera: case, allevamenti, laboratori, aziende agricole?

Abbiamo parlato con alcuni di loro, per capire quali sono le urgenze, le priorità per i loro animali e le necessità per far ripartire al più presto le loro attività. Testardi per bisogno, e non per certo per capriccio, non vogliono abbandonare la loro terra, ma si ostinano a non allontanarsi dalle loro bestie che rappresentano in questo momento il passato, il presente ma anche l’unico futuro possibile. Alcuni di loro, si sono già riuniti in un consorzio per produrre un insaccato a marchio “I love Norcia” e incentivare le vendite a sostegno dell’economia di questo fazzoletto di terra con una storia, quella della norcineria appunto, che vanta origini antichissime. Ma non ci sono solo i salumi.

STALLE DANNEGGIATE DAL TERREMOTO: PECORE E BOVINI SENZA RICOVERO

Nello Perla è il presidente della Cooperativa della Lenticchia di Castelluccio Igp, una delle eccellenze dell’Umbria, simbolo di un territorio gravemente ferito dal sisma. Solo 13 i residenti, che già dopo la scossa del 24 agosto avevano dovuto fare i conti col domani: “Il nostro stabilimento di Castelluccio non esiste più”, dice Perla. “Già dal 24 agosto abbiamo smantellato una parte di produzione per trasferirla in un magazzino di un amico, vicino Ascoli, dove ho spostato i macchinari spendendo molti soldi. Quello che era rimasto a Castelluccio, dopo la scossa del 30 ottobre, è stato raso definitivamente al suolo. Non possiamo neanche tornare al paese, perché non c’è corrente e le strade sono chiuse. La produzione è ferma, e tutta la lenticchia raccolta precedentemente sta andando sprecata perché non ho modo di commercializzarla adesso. Potrei conteggiare danni per 1 milione di euro considerando l’intero indotto”. Al dramma della produzione agricola si aggiunge quello personale: “Sto cercando una casa in affitto per me e la mia famiglia, a Perugia o nei dintorni. Attualmente dormiamo da un mio nipote ad Acquasparta. Ma in questi giorni è tutto immobile, non sono riuscito ad incontrare nessuno degli altri produttori, stiamo vivendo tutti un esaurimento psicologico devastante”.

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Al telefono rintracciamo anche Valentina Fausti, figlia di Giuseppe, unico allevatore di maiali neri allo stato brado di Norcia. Nonostante questo tipo di allevamento non necessiti di ricovero strutturato e mangimi preparati, anche qui le difficoltà sono grandi: “Prima del 24 agosto gli animali si dissetavano grazie alla sorgente naturale, ma poi dopo quella prima forte scossa l’acqua non è più uscita. E nessuno ha fatto ancora nulla per rimediare”.

E’ questo uno dei motivi di risentimento più forte per gli agricoltori delle zone terremotate, che lamentano due mesi di immobilismo delle istituzioni: nessuna stalla, nessun ricovero di emergenza per gli animali costruito, neanche l’acqua appunto. “Da ieri, per fortuna, sono arrivate due cisterne della Forestale. Così ora rimane il problema delle recinzioni. Qui non abbiamo corrente elettrica, ma abbiamo comunque bisogno di un sistema di recinzione per i maiali con fonti sostenibili”. L’azienda in questione ha anche un laboratorio per la lavorazione delle carni, ma i capannoni sono in parte crollati o pesantemente lesionati dopo la scossa del 30 ottobre. “Stiamo ancora aspettando il genio civile che valuti la situazione – spiegano i proprietari – Il punto è che dobbiamo sopravvivere alla burocrazia estenuante e inutile. Adesso sarebbe per noi il momento della macellazione dei suini, ma non abbiamo la possibilità di farlo. Lanciamo un appello: cerchiamo qualcuno che ci possa dare un supporto per la mattazione, alle istituzioni chiediamo celle frigo e un tavolo per la lavorazione. Abbiamo creduto in questa attività e non possiamo fermarci così”.

Produzione ferma per tre giorni anche alla Fattoria di Opagna di Domenico Di Porzio, azienda rinomata per la produzione di formaggi di alta qualità nella piccola frazione di Norcia, anche se le stalle e i ricoveri per i suoi animali (60 bovini, 20 capre e 110 pecore) hanno fortunatamente retto. Il nuovo negozio invece, inaugurato nel centro di Norcia a luglio scorso, è oggi irraggiungibile. “Non ce la facciamo più – dice Domenico con voce rotta –. Questa mattina, dal momento che il laboratorio è ancora in piedi, abbiamo ripreso la produzione del formaggio, altrimenti perdiamo tutto il latte. Ma sempre con la paura nel cuore. Un’altra scossa abbastanza forte c’è stata solo una ventina di minuti fa. Al momento lasciamo gli animali al pascolo il più possibile. E’ veramente dura”.

La sua casa è inagibile da domenica mattina e da allora Domenico e la sua famiglia dormono in macchina per non allontanarsi dall’azienda e dagli amati animali di cui devono continuare a prendersi cura, ogni giorno. “Coldiretti mi ha appena comunicato che oggi monteranno le tende, ma chiediamo quanto prima la costruzione di prefabbricati, qualcosa che ci assicuri un riparto dal freddo. Qui la sera la temperatura scende già a zero gradi”. E quando gli si chiede se ricostruirà lì la sua casa, risponde: “Certo. Forse ci spostiamo da Opagna a Norcia, ma non ci muoviamo da qui. Anche se questa volta, vorrei una casa in legno. E’ il quarto terremoto che sopportiamo”.

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