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Tartufo prodotto agricolo o libero? Le ragioni di cavatori e commercianti

Tartufo prodotto agricolo o libero? Le ragioni di cavatori e commercianti

L’Ue bacchetta l’Italia e il Governo corre ai ripari. Aliquota dal 22 al 10% e niente più autofatture anonime, ma è scontro sul ‘tartufo prodotto agricolo’. Il no dell’Unione Tartufai Umbri e la video intervista ad Olga Urbani.

di Emanuela De Pinto

Il mondo dei tartuficoltori, dei commercianti e dei raccoglitori occasionali e professionisti  ha i nervi scoperti. Da qualche settimana il Governo ha presentato un emendamento al Ddl Legge Europea per far fronte alle sollecitazioni dell’Ue che ha giudicato l’attuale normativa fiscale dell’Italia non in linea rispetto agli altri Paesi europei. Delle anomalie del nostro Paese in fatto di tartufi abbiamo già parlato in diversi articoli, questo emendamento è il primo passo verso una modifica sostanziale della vecchia legge.   

LEGGI I PRECEDENTI ARTICOLI SULLA ‘QUESTIONE TARTUFO’

Cosa prevede? Due i punti certi: l’abbassamento dell’aliquota Iva dall’attuale 22 al 10% e l’eliminazione dell’autofattura anonima, fino ad oggi una prassi. Al momento, secondo la legge vigente, quando un commerciante acquista tartufo fresco da raccoglitori occasionali, quest’ultimo rimane anonimo. E’ l’acquirente che ha l’obbligo di emettere un’autofattura sulla quale non sono indicate le generalità del cedente. Su questa fattura, si calcola un’Iva al 22% che rimane indetraibile. L’emendamento cambia il regime fiscale e sembra mettere tutti d’accordo. Raccoglitori, acquirenti, commercianti.

Marino Capoccia, presidente Unione Tartufai Umbri e vice presidente del direttivo nazionale, vede nell’emendamento del Governo “una risposta alle esigenze del mercato, che avrà una ricaduta positiva sul prodotto”. La questione fiscale è annosa e Capoccia è d’accordo nell’affrontarla. “Troviamo giusto identificare il tartufaio occasionale come soggetto fiscale, eliminando l’anonimato. Va bene emettere autofattura a condizione che venga indicato nome e cognome, numero del tesserino e luogo dove il tartufo è stato raccolto. Deve essere prevista una franchigia, dai 7 ai 10.000 euro, sopra la quale si porterà il ricavato in dichiarazione dei redditi”, dice Capoccia. “E’ la garanzia della tracciabilità. Inquadrare anche il cavatore occasionale come soggetto fiscale è una tutela per il consumatore che in questo modo ha gli strumenti per conoscere che tipo di tartufo mangia, e da dove previene”.

Tutti d’accordo sul tema fisco, ma su un’altra anomalia italiana lo scontro è apertissimo. ‘Tartufo prodotto agricolo’ certamente sì o assolutamente no? Abbiamo sentito le due campane: da una lato Capoccia in rappresentanza dei raccoglitori che si oppongono, e dall’altro Olga Urbani con un’intervista video che vede in questa condizione un forte svantaggio italiano, tanto da pensare di trasferire l’azienda Urbani Tartufi all’estero, per non subire una pesante concorrenza straniera.  

Per Capoccia tutta la questione va rivista cambiando l’intera normativa, ma restano certe specificità che impongono all’Italia di non equiparare il tartufo a qualsiasi altro prodotto agricolo. In primis, la ricerca del tartufo bianco, impossibile da coltivare nelle tartufaie. “La parte più importante del lavoro svolto dai cavatori di tartufo è la ricerca del tartufo bianco – spiega – che non viene prodotto con la messa a dimora di piante ma cresce spontaneamente e pertanto non può rientrare in quelle dinamiche che invece riguardano il tartufo nero o altre specie. E’ un’esclusività italiana che va tutelata. Non si insista sull’identificare il tartufo come prodotto agricolo, quanto piuttosto sulla salvaguardia degli habitat tartuficoli e del territorio. Far diventare il tartufo prodotto agricolo significherebbe  – continua Capoccia – dequalificare il prodotto stesso, mentre il tartufo (specie quello bianco) è e deve restare un prodotto di pregio”.

Di fatto, cosa cambierebbe per i cavatori di tartufo se diventasse prodotto agricolo? “Il proprietario del fondo potrebbe pretendere – risponde Capoccia – anche la proprietà del prodotto, e questo sarebbe una minaccia alla libera ricerca, che invece è una grande tradizione. Concordo con il vice ministro Olivero che ha definito i liberi cercatori un ‘mito’, in quanto effettivi scopritori e conoscitori dei boschi dove cresce il tartufo bianco. Pertanto, noi sosterremo solo iniziative che garantiscono la libera ricerca”. E conclude dicendo: “Non parliamo di anomalia italiana, perché la tutela del tartufo bianco, esclusiva dell’Italia, ci impone di essere diversi dal resto dei Paesi europei”.

Giuseppe Rondini, presidente dell’Associazione Tartufai Il Perugino è ancora più estremista sulla questione ‘tartufo prodotto agricolo’. “Gli agricoltori – dice – non andrebbero mai a cercare il tartufo come sappiamo fare noi. Il rischio è quello che il proprietario di un fondo non coltivato e boschivo dichiari la proprietà di ogni tartufo trovato dai cavatori su ogni piccolo pezzo di terra con piante micorrizzate cresciute spontaneamente. Un altro dei problemi sarebbe questo: i tartufi trovati sul Monte Tezio o sul Subasio, che è zona demaniale, a chi apparterrebbero?”.

Insomma, l’aria rimane tesa. D’altronde, le ragioni che avanzano i commercianti sono altrettanto motivate e piene di possibili scenari non proprio rassicuranti. Come spiega Olga Urbani in questa intervista video realizzata ad aprile scorso.

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