Valnerina sotto zero. L’intervista: “Tremila gli animali a rischio”

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Con le basse temperature la situazione per le aziende agricole delle zone colpite dal terremoto si aggrava. Il bestiame è in pericolo e non produce. Inoltre le vie di comunicazione sono inadeguate al trasporto dei prodotti. Parla un allevatore di bovini di Cascia.

di Emanuela De Pinto

Di notte, a Norcia, la colonnina di mercurio è scesa a -19 gradi nei giorni scorsi. “Non è che da queste parti sia poi così straordinario. L’anomalia, però, è gestire la situazione da terremotati. Quasi il 90% delle stalle e ricoveri per animali danneggiati dalle due scosse del 24 agosto e del 30 ottobre, non sono ancora state rese funzionali o rimpiazzate con strutture di emergenza”. A dirlo è Stefano De Carolis, segretario Coldiretti Norcia e allevatore di bovini da carne, nelle vicinanze di Cascia.

Qual è l’attuale condizione degli animali con il gelo di questi giorni?

La Protezione Civile distingue due fasi di assistenza. La prima che riguarda le aziende colpite dal sisma del 24 agosto, la seconda il terremoto a cora più devastante del 30 ottobre. Per quanto riguarda il primo gruppo di terremotati, in totale 18 aziende agricole sul territorio di Norcia, le strutture temporanee di emergenza sono quasi praticamente ultimate, ma non in tutte è stato possibile fare entrare il bestiame per mancanza di dettagli, come l’allaccio dell’acqua, le recinzioni, i ponti di abbeveraggio, che sono indispensabili. Per cui a conti fatti, di quelle 18 aziende colpite, attualmente solo 5 o 6 aziende sono perfettamente sistemate.

E per quanto riguarda i produttori colpiti dalla scossa del 30 ottobre?

Il sisma ha colpito duramente circa 35 aziende sul comune di Norcia, che versano tutte ancora in condizioni di vera emergenza. La Protezione Civile sta predisponendo solo ora le piazzole di sosta per montare i ricoveri temporanei per bovini e pecore da carne e da latte, ma in alcuni casi non sono ancora stati ultimati neanche i sopralluoghi per definire i luoghi di installazione. Gli animali, pertanto, vivono ancora all’aperto o quando è possibile in ricoveri di fortuna che gli stessi allevatori sono costretti ad inventarsi utilizzando o le stalle dichiarate inagibili oppure sotto i fienili, ricoperti da un semplice telo: hanno solo un piccolo tetto sopra la testa ma meglio di niente. In tutto parliamo di circa 2-3.000 capi.        

E in queste condizioni, si riesce a produrre ugualmente?

No. Anzi, c’è il concreto rischio che gli animali possano morire, anche se fino ad oggi non abbiamo casi di decesso, ma è una corsa contro il tempo. Le produzioni sono scese quasi a zero, soprattutto quelle di latte. Molti preferiscono non mungerle, perché non conviene. In più, se si considera che il reddito è basato principalmente sulla nascita degli animali, si deve tenere conto che l’acqua ghiacciata che bevono e queste temperature provoca aborti. Una perdita importante, anche quella.

Le vie di comunicazione sono percorribili?

Sono ancora un problema perché ad oggi rimangono solo due vie, direzione Perugia e Terni, e direzione Roma o Ascoli. Ma sono strade che fino a ieri erano ritenute secondarie, basti pensare che su una c’è un valico di 1200 metri. Non sono certamente adeguate al passaggio di mezzi pesanti in condizioni di gelo e neve. E purtroppo non risultano adeguatamente ripulite. Occorrono sacchi di sale, il rischio di incidenti è altissimo.

Cosa non ha funzionato adeguatamente fino ad oggi?

C’è stato un ritardo dovuto agli intoppi burocratici, sulla messa in moto di tutto il sistema organizzativo di assistenza. Dopo il terremoto del 30 ottobre il numero delle aziende danneggiate è cresciuto in maniera esponenziale, oltre a Cascia, Norcia e Preci si sono aggiunte le aziende delle Marche, del Reatino e dell’Abruzzo. Ora, grazie al bando di gara andato a buon fine, è partita la costruzione delle strutture temporanee: il bando dice che devono essere pronte entro 30 giorni dall’assegnazione dell’incarico e, se la singola ditta vincitrice non sarà in grado di far fronte a tutte le domande pervenute, sarà assistita dalle altre tre aziende partecipanti.

Una nuovo ordinanza dà la possibilità ai produttori di anticipare da sé la costruzione immediata di stalle e ricoveri temporanei, con il rimborso delle spese presentando la fattura in Regione. Sta funzionando?  

In parte. Per gli allevatori che necessitano di grandi spazi, dai 500 ai 1000 metri quadri, non funziona, in quanto nessuno riesce ad anticipare spese così ingenti. Inoltre c’è il rischio di incappare in errori, dal momento che si devono rispettare dei requisiti fissati dalla Protezione Civile nella costruzione di queste strutture. Ma chi deve ricostruire un piccolo laboratorio di trasformazione di legumi e cereali o un caseificio invece lo fa. E’ un modo per mantenere la produzione minima indispensabile, costruendo casette di legno o piccoli container, e anticipando le spese che poi verranno rimborsate.   

Quanto tempo ci vorrà secondo lei affinché ciascuna azienda abbia la sua nuova stalla, almeno temporanea?

Credo di poter dire che passeranno ancora altri due mesi circa, forse ce la faremo per la fine di febbraio, inizio marzo.

Quando sarà già quasi primavera. Oltre al danno, la beffa.

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