L'informazione agroalimentare in Umbria

Chiara e leggibile, come gli italiani fanno scuola di etichetta

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Dopo il questionario on line lanciato dal Mipaaf, presto lo stabilimento di produzione obbligatorio sulle confezioni del cibo. Ma come reagisce l’industria agroalimentare?

di Linda Fioriti – Economista agraria

Etichetta alimentare: di sicuro, il più importante strumento di comunicazione tra produttore e consumatore. Ma a volte, complici le tante informazioni sul retro della confezione, invece di fare chiarezza genera una gran confusione per chi acquista.

Gli accademici la chiamano “asimmetria informativa”, vale a dire la sproporzione tra quello che un produttore conosce del suo barattolo di sugo (ingredienti, processo di trasformazione, modalità di consumo, ecc.) e quello che può arrivare a sapere il consumatore quando compra quel condimento per la prima volta. L’etichetta è così fondamentale per il patrimonio agroalimentare italiano che, lo scorso aprile, attraverso una consultazione pubblica, il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ha chiesto ai cittadini di esprimere delle preferenze per guidare le future scelte politiche e legislative: secondo il Mipaaf, dei 26.500 partecipanti all’indagine, il 96% ha dichiarato di ritenere importante l’indicazione chiara e leggibile dell’origine dell’alimento e, per l’84%, fondamentale il luogo di trasformazione. Inoltre, 8 cittadini su 10 decidono di acquistare un prodotto solo se fatto con materie prime italiane e trasformato in Italia, e per 9 su 10 è importante conoscere l’origine per questioni legate al rispetto degli standard di sicurezza alimentare (il 70% per questione etiche).

Gli italiani vogliono quindi conoscere l’origine delle materie prime, in particolare su prodotti come le carni fresche e il latte fresco (95%), i prodotti lattiero-caseari come yogurt e formaggi (90%), la frutta e verdura fresca tagliata già pronta per l’uso (88%), le carni trasformate come salumi e insaccati, carne in scatola (87%) o il riso (81%).

Uno dei primi effetti generati da questa consultazione pubblica è stato l’avvio dell’iter normativo per il ripristino dell’obbligo di indicazione in etichetta dello stabilimento di produzione o di confezionamento. Questo obbligo in realtà già c’era, ma era stato abolito nel 2011 dal Regolamento europeo 1169/2011 in materia di etichettatura generando numerose polemiche sia tra produttori che consumatori. Spinti dalla pressione dell’opinione pubblica e sostenuti dall’interessamento di diverse forze politiche, i ministri dell’Agricoltura Maurizio Martina e della Salute Beatrice Lorenzin si stanno impegnando per la reintroduzione di quest’obbligo e i risultati della consultazione ha fornito loro un’arma in più.

CIBO ITALIANO: SULL’ETICHETTA ANCHE LO STABILIMENTO DI PRODUZIONE

Ma se alcuni colossi della distribuzione organizzata, sia italiani come Coop ed Esselunga, che stranieri come Carrefour e Lidl, hanno deciso di mantenere volontariamente questa indicazione per i prodotti che riportano il loro marchio, da parte dell’industria l’atteggiamento è stato meno trasparente. Sembra infatti che una parte dei produttori del mondo agroalimentare apprezzino il fatto di non dover fornire molte informazioni su dove e come siano realizzati i propri prodotti. Probabilmente il motivo è che molti prodotti “no marca” (o private label) venduti da supermercati e discount sono realizzati negli stessi stabilimenti dei top brand. Dunque, per il consumatore conoscere tutte le informazioni significherebbe poter risparmiare acquistando prodotti “no marca” senza però rinunciare alla qualità, ma per il produttore sarebbe una perdita in termini di guadagno e reputazione.

Ma se i consumatori dichiarano di voler avere a disposizione quante più informazioni possibile in etichetta, in quanti poi ne fanno davvero buon uso e la leggono con attenzione? Su questo fronte sembra che siamo i più bravi in Europa. Secondo un rapporto di Eurobarometro il 67% degli italiani – contro il 58% della media europea – verifica sempre le date di scadenza e quelle relative al termine minimo di conservazione (TMC). Inoltre, più della metà interpreta in maniera corretta sia la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro il…” che quella “da consumare entro…”, mentre la media europea è al di sotto della sufficienza. Insomma, è il caso di dire che quando si parla di cibo e di qualità, gli italiani fanno sempre scuola.

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