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Ingredienti e calorie su vino e birra. Il diktat dell’Ue che non piace ai produttori

Ingredienti e calorie su vino e birra. Il diktat dell’Ue che non piace ai produttori

Il Rapporto sull’etichettatura obbligatoria della Commissione Europea impone indicazioni aggiuntive per le bevande con alcol superiore a 1,2%. Secondo alcuni, solo un costo aggiuntivo inutile per le piccole e medie imprese.

di Emanuela De Pinto

Da una parte c’è il diritto dei consumatori ad essere sempre più informati su ciò che acquistano, dall’altro il risentimento di tanti piccoli e medi produttori di vino e birra, soffocati da una burocrazia che impone gli stessi investimenti tanto a grandi imprese quanto alle produzioni di nicchia che non possono contare su ingenti risorse economiche.

La diatriba questa volta è generata dal Rapporto sull’etichettatura obbligatoria presentato ieri, 13 marzo, dalla Commissione Europea. Un atto con cui Bruxelles intende imporre alle aziende di indicare in etichetta tutti gli ingredienti usati e il valore nutrizionale del prodotto, incluse le calorie, per tutte le bevande contenenti alcol in misura superiore all’1,2%. C’è un margine di tempo per adeguarsi: entro un anno i produttori devono trovare una soluzione alla questione, altrimenti (e suona come una minaccia) la stessa Commissione avvierà una valutazione di impatto in merito – una sorta di consultazione pubblica –  e imporrà una regolamentazione automatica per tutti. Apriti cielo.

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Le posizioni dei produttori:

Mentre Federvini, l’associazione degli industriali del vino, giudica il Rapporto “una prova di maturità per il settore nei 28 Paesi membri” che rappresenta elementi positivi per l’Italia, tra cui l’introduzione di elementi di maggiore chiarezza per i consumatori, le associazioni del comparto agricolo sono strette in un ‘no’ collettivo. La Cia parla di “ulteriori aggravi burocratici e di costi aggiuntivi, che inevitabilmente andrebbero a gravare sui consumatori finali del prodotto”. Essendo il vino, in particolare, un prodotto che nasce da fermentazione naturale dell’uva e non da produzioni industriali in larga scala, dice, “non è pensabile realizzare etichette per ciascuna tipologia di vino prodotta in Italia”. E va ricordato che nel nostro Paese esistono ad oggi oltre 500 denominazioni riconosciute.

Dello stesso parere Confagricoltura, secondo cui è sbagliata l’impostazione del provvedimento in quanto “la tabella nutrizionale e la lista degli ingredienti non rientrano fra gli elementi di scelta di un vino. Il consumatore sa bene che è calorico, ma ricerca gusto, tradizione e unicità, che di certo non troverà in un’indicazione nutrizionale”. A parere di Confagricoltura “le richieste dei consumatori che chiedono questo tipo di informazioni riguardano essenzialmente le bevande alcoliche zuccherate (come ad esempio le cosiddette Alcolpops), che sono molto diverse dal vino e, di conseguenza, l’approccio della Commissione dovrebbe distinguere il vino dagli altri prodotti alcolici”. Il suggerimento sarebbe quello di sostituire, su base volontaria e non obbligatoria, la tabella nutrizionale con le indicazioni dell’apporto calorico per bicchiere. 

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Critica anche Coldiretti: “L’etichetta nutrizionale sul vino e gli altri alcolici non deve tradursi in un inutile aggravio di oneri burocratici per le aziende vitivinicole, a partire da quelle medio-piccole che contribuiscono in misura importante al nuovo record delle esportazioni di 5,6 miliardi nel 2016″. E aggiunge che “la stessa voglia di trasparenza dovrebbe essere garantita anche su altri aspetti del settore vitivinicolo che oggi danneggiano i produttori italiani e i consumatori di tutto il mondo, come la possibilità consentita dall’Ue ai Paesi del Nord Europa di aumentare la gradazione del vino con l’aggiunta di zucchero (una pratica vietata in Italia) o quella di permettere la vendita di pseudo vino ottenuto da polveri miracolose con l’aggiunta di acqua”.

Il parere dell’enologo:

Abbiamo sentito cosa ne pensa uno dei maggiori esperti di vino a livello internazionale, l’umbro Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi. Secondo l’enologo, il Rapporto europeo “rischia di far credere ai consumatori che il vino sia uno strano miscuglio di sostanze, mentre non è altro che il prodotto naturale della fermentazione dell’uva, specialmente ora che i produttori hanno imparato ad eliminare qualsiasi elemento estraneo all’uva e impiegare ridottissime quantità di solfiti aggiunti”. “Così formulato – aggiunge – il provvedimento allontanerà i consumatori dal prodotto, oltre a rappresentare l’ennesima tegola sulla testa delle imprese. Il vino non è un alimento come tutti gli altri, bensì piacere e cultura al tempo stesso, non hanno senso tabelle aggiuntive”. Poi conclude: “Sarei d’accordo soltanto se una norma del genere riguardasse tutti i produttori del mondo, come quelli di Sud America e Australia, che oggi rappresentano i maggiori competitor dei produttori europei. Ma in base a quanto emerge, l’Europa rischia così di avvantaggiare i concorrenti”.

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