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La Pizza candidata nella lista patrimoni Unesco

La Pizza candidata nella lista patrimoni Unesco

Sarebbe un importante riconoscimento a tutela del Made in Italy. Ad oggi quasi due pizze su tre sono fatte con ingredienti non italiani

di Redazione

La pizza, patrimonio culturale dell’umanità. Non è ancora realtà, ma potrebbe esserlo. La commissione italiana per l’UNESCO ha deliberato di candidare “L’arte dei pizzaiuoli napoletani” nella lista dell’agenzia ONU per il ciclo 2015/2016. Si tratta dell’unica candidatura italiana per questo periodo. La decisione è stata assunta a Roma sotto la presidenza del Professor Giovanni Puglisi, al quale erano state consegnate 300mila firme raccolte dall’Associazione Pizzaiuoli Napoletani, Coldiretti e Fondazione UniVerde.

Il dossier sarà consegnato alla sede dell’UNESCO lunedì 30 marzo. Da quel momento inizierà un lungo e complesso negoziato internazionale che coinvolgerà oltre 150 Stati. L’Italia sarà rappresentata dal professor Pier Luigi Petrillo, che recentemente ha fatto ottenere il prestigioso riconoscimento anche alla pratica agricola della coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria.

“La decisione della commissione Nazionale UNESCO ci riempie di gioia – ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina – soprattutto perché arriva a pochi giorni dall’inaugurazione di Expo”. Poi ha concluso: “E’ una decisione rilevante anche per contrastare quei fenomeni di imitazione di questa antica arte italiana e rilanciare le tecniche tradizionali di produzione, tramandate di generazione in generazione”.

Ad oggi in Italia, secondo Coldiretti, quasi due pizze su tre sono fatte con prodotti non italiani. Mix di farine, pomodoro, mozzarelle e olio provenienti da migliaia di chilometri di distanza, senza alcuna indicazione per i consumatori. “Troppo spesso – è stato spiegato – viene servito un prodotto preparato con mozzarelle ottenute non dal latte, ma da semilavorati industriali, le cosiddette cagliate, provenienti dall’est Europa, pomodoro cinese o americano invece di quello nostrano, olio d’oliva tunisino e spagnolo o addirittura olio di semi al posto dell’extravergine italiano”.

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