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Beffa Imu agricola: la scure delle tasse sul ricambio generazionale

Beffa Imu agricola: la scure delle tasse sul ricambio generazionale

Pubblichiamo l’intervento di un giovane imprenditore agricolo che spiega come nonostante l’esenzione del governo, chi cede i terreni in affitto (magari al figlio) rischia 1.000 euro l’anno d’imposte

di Alessandro Riganelli

Con il decreto legge 04/2015, è stata definita l’ennesima imposta dal governo Renzi, che va a gravare su molte imprese già seriamente provate dall’attuale situazione economica. Definita in tempi record – secondo alcuni per far fronte alle spese previste dal decreto Irpef che prevedeva, tra le altre cose, il bonus degli 80 euro – l’Imu sui terreni agricoli si pagherà entro il prossimo 10 febbraio.

Dovrà essere calcolata e versata in base alla classificazione sintetica dell’Istat che prevede la divisione tra comuni montani, parzialmente montani e non montani. In base a questa classificazione, l’esenzione Imu vale per i terreni agricoli e quelli non coltivati che si trovano nei comuni classificati come totalmente montani. Sono invece previste esenzioni parziali per i terreni agricoli e non coltivati posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali, situati nei comuni definiti “parzialmente montani”.

Per calcolare l’Imu sui terreni agricoli, valgono le stesse modalità di calcolo dell’imposta sugli immobili. Si parte dalla base imponibile che si ottiene dal reddito domenicale (riportato sull’atto di proprietà o sulla visura catastale) rivalutato del 25%. Poi si moltiplica per 135, che è il coefficiente dei terreni per i comuni in cui si paga l’Imu, oppure per 75 per i soli coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali. Alla base imponibile ottenuta si applica l’aliquota Imu sui terreni, fissa al 7,6 per mille.

A giudicare dai criteri di esenzione, sembra che il settore agricolo l’abbia scampata bella e, agli occhi di molti “processatori da bar”, secondo i quali gli imprenditori agricoli “prendono senza dare”, usufruiscono di contributi europei e beneficiano sempre delle esenzioni, il settore primario si conferma come una sorta di isola felice.

In realtà, le cose non stanno esattamente così. Intanto, se l’agricoltura riesce (in alcuni casi) a cavarsela, è perché sa come affrontare le crisi di mercato che conosce da tempi remoti: le prime risalgono ai primi anni ‘90 e continuano fino ad oggi, intervallate da promesse e false speranze che negli anni hanno rappresentato solo boccate d’ossigeno per evitare l’asfissia. Gli agricoltori affrontano la congiuntura nonostante un mercato dei cereali ai minimi storici, interi raccolti di frutta distrutti perché il prezzo di mercato non copriva neppure le spese di raccolta, la profonda crisi del settore lattiero caseario, i costi di produzione alle stelle, il basso rating delle banche, le 140mila aziende chiuse (dati Coldiretti aggiornati al 2013): fattori che rendono per nulla credibile chi sostiene la “ricchezza” di questo settore.

Detto ciò, appena appresa la notizia dell’esenzione Imu per coltivatori diretti e Iap (Imprenditori agricoli professionali), alcune associazioni di categoria hanno frettolosamente issato le bandiere della vittoria. Succede, invece, che nei 655 comuni parzialmente esenti, beneficino dell’esenzione soltanto i coltivatori diretti proprietari e regolarmente iscritti nella previdenza agricola. Ci sono però numerosissimi casi in cui coltivatori diretti o Iap, raggiunta l’età pensionabile, non essendo più iscritti al regime previdenziale, hanno ceduto in affitto (magari ad un figlio, subentrato alla conduzione dell’azienda, vista come unico sbocco a fronte della crisi occupazionale) i loro beni produttivi. Ora questi ex coltivatori, dopo un’intera vita di sacrifici e rinunce per acquistare qualche centinaia di metri quadrati di terreno in più per la loro attività, si ritroveranno a pagare fino a 100 euro di media ad ettaro. Il risultato che di fatto si verrà a verificare è presto detto: un ex coltivatore diretto, proprietario di 10 ettari di terreno, che percepisce una pensione media di 500 euro mensili, si troverà a pagare 1000 euro l’anno di Imu, probabilmente per finanziare un bonus da 80 euro mensili (che suona come un vero e proprio spot elettorale) sulla busta paga di chi percepisce una mensilità pari a 3 volte la sua. Gli agricoltori sanno che la terra è un capitale. Un capitale che, però, non tutti vogliono che rimanga in mano a chi lo coltiva. Questo sembra essere il senso di certe riforme.

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