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Bello, buono e unico: Montefalco e il Sagrantino secondo Daverio

Bello, buono e unico: Montefalco e il Sagrantino secondo Daverio

Ad Enologica2015 la visione del critico d’arte su come ‘restaurare’ l’Italia e l’Umbria comunicando la storia del cibo e del vino

di Filippo Benedetti Valentini

Quando la qualità è un dato ormai oggettivo, allora il vino diventa solo una questione di parole. Come comunicare, se non attraverso il racconto, la cultura e la tradizione di un territorio di straordinaria vocazione vitivinicola? Ripartiamo allora dal vocabolario di base: basta con l’Eccellenza, prerogativa ormai di gran parte dei produttori di vino dell’Umbria e in particolare di Montefalco, che volendo esprimere tutto finisce per non significare granché. Meglio parlare invece di Unicità, che è “inarrivabile e non riproducibile”. Ecco come dovrebbe essere il Sagrantino secondo Philippe Daverio, critico d’arte-giornalista-conduttore televisivo che, ospite di Enologica2015, ha tenuto una vera e propria lezione su come recuperare un’immensa eredità storica e utilizzarla per la competitività del domani.

IMG_1798Chi se non l’Italia, che in passato è stata la culla della propaganda e da sempre della Cristianità, dovrebbe saper “catechizzare” il mondo convertendolo alla cultura del Bello e del Buono? La questione, va da sé, riguarda il Paese intero. Ma se trattata dal pulpito di una chiesa del XIV secolo che porta il nome di San Francesco, sotto un’abside affrescata che ne racconta le storie di vita e al fianco della Madonna della Cintola, capolavori di Benozzo Gozzoli, ecco che Montefalco diventa la sintesi perfetta di un’Italia ricca e ineguagliabile. Un Paese al quale, non potendolo imitare, ci si può solo convertire.

Quanti sono, ad esempio, i “pagani” che Montefalco deve ancora convertire al Sagrantino? Mangiare bene, bere vino, vivere immersi in un paradiso naturale, significa incrementare la propria qualità della vita. Una qualità che non sarà mai riproducibile, tantomeno dall’operosità delle grandi metropoli (“Montefalco fa meno abitanti di un grattacielo di Shanghai, una comunità di 5mila persone che può decantare identità formidabili e irripetibili”).

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Per Daverio, “spiegare al mondo intero come campare in modo decoroso è un obbligo etico“. Del resto è stata proprio la famiglia italiana che ha trasformato il vino da alimento quotidiano in bene culturale e addirittura “di lusso”, compiendo una grande lezione umanitaria. E “chiunque di noi è in grado di far bere a un cinese un calice di Sagrantino ha compiuto un’opera pia”. E’ la storia dell’alimentazione che diventa il sentiero per ricondurci alla fierezza dell’essere italiani, europei, occidentali. Un concetto che ti coglie all’improvviso quasi come la fede, che l’hai sempre avuta dentro ma la scopri solo con la rivelazione.

IMG_1800E se, addirittura, sul cibo ci giocassimo un nuovo ruolo di predominanza all’interno dell’Europa e nei rapporti col mondo arabo? Sembra solo la divertente provocazione del critico d’arte un po’ naif. Ma la storia ci invita a prenderlo sul serio. Ci racconta per esempio che la prima grande propaganda mai fatta dall’uomo attraverso il cibo è italiana. Nel ‘500, quando serve a spiegare l’evoluzione del sistema produttivo. Allora la parte agricola più ricca d’Italia era quella tra Cremona, Milano e Mantova, dove nascono i primi pittori che raccontano il cibo attraverso le “nature morte” (è alla fine di quel secolo che Caravaggio dipinge “Canestra di Frutta”). I ricchi e nobili signori appendono nelle loro cucine quadri di cibo succulento accanto a quelli di miserabili straccioni, cinica espressione di prosperità e opulenza, che accompagna la grande rivoluzione del Rinascimento. Poi ancora: “il mondo arabo-islamico era vicino a noi fino a quando ha bevuto vino” (rileggere il capolavoro “Le mille e una notte”, racconti basati sul vino e sul rapporto tra uomo e donna, elementi scomparsi dalla cultura araba). Non potrebbe l’Europa rifondarsi come “Consorzio di paesi basato sul vino”, anziché sulla moneta? “Ci vuole il coraggio di trasformare le nostre qualità in dato politico”.

Per il critico si può immaginare un “restauro” dell’Italia solo se la rinascita, attraverso l’unicità dei prodotti alimentari, ha un valore economico. L’Umbria può dare un grande contributo. La sua cucina “primordiale”, legata alla cultura contadina; il Sagrantino, uno dei grandi vini “non noti” al grande pubblico e tenuti per molto tempo nel cono d’ombra delle altre produzioni italiane. Due elementi di qualità oggettiva, il cui valore si trasmette solo attraverso la comunicazione (dopo tutto non eravamo maestri di propaganda?). Per dire a tutto il mondo che un territorio è Bello, solo in quanto Buono.

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