Castagna, un frutto per tutelare il territorio montano italiano

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L’Italia è il secondo esportatore mondiale di castagne dopo la Cina. Eppure da alcuni anni il settore è in crisi nera. Con i dati sul settore analizzati dal Crea, si apre il dibattito sul Piano Castanicolo Nazionale.

di Redazione

Ottima fonte energetica e di sali minerali, la castagna non è solo un alimento nutriente ma anche uno dei prodotti più tipici delle zone montane, tra cui l’Umbria. Spesso chiamato il “cereale degli alberi”, questo frutto del bosco è stato per secoli uno dei simboli della gastronomia italiana. Ma anche importante fonte di reddito per le oltre 30mila aziende che ogni anno vendono castagne sul mercato estero, facendo dell’Italia il secondo esportatore mondiale dopo la Cina.

Nonostante ciò, il settore castanicolo italiano attraversa una profonda crisi produttiva legata a problemi di sostenibilità economica della coltura e alle emergenze fitosanitarie. Da anni, infatti, l’intero settore combatte un insetto di origine asiatica che provoca alle piante ingenti danni: il Cinipide Galligeno del castagno.

Per questo è urgente rilanciare il comparto attraverso un percorso di valorizzazione delle peculiarità locali. Lo conferma un’indagine del CREA (Consiglio per la Ricerca Economica in Agricoltura), presentata lunedì 6 febbraio a Firenze, nel corso del dibattito “Metodologie innovative di rilevamento per l’aggiornamento dell’inventario castanicolo nazionale” organizzato dall’Accademia dei Georgofili in collaborazione con Mipaaf, Associazione Nazionale Città del Castagno, Centro di Studio e Documentazione sul Castagno, ANCI Toscana e Regione Toscana. Un’analisi che è stata promossa con l’obiettivo di dare attuazione ad un Piano Castanicolo Nazionale per consentire la corretta utilizzazione delle misure dei Piani di Sviluppo Rurale.

NON SOLO CIBO MA VALORE PER IL TERRITORIO

Il castagno, è stato detto, è molto di più di una semplice pianta da frutto. Oltre ad essere la base di una produzione agroalimentare di alta qualità – la castanicoltura italiana concorre in maniera significativa alla produzione europea di castagne di qualità Dop e Igp con il 64% dei prodotti a marchio europeo – è una pianta indispensabile per la tutela del territorio, per la biodiversità e per il paesaggio montano di molte regioni italiane visti gli 800mila ettari di coltivazioni in tutto il Paese.

Che il settore però stesse affrontando una situazione critica era stato già confermato alcuni mesi fa a Saperefood da Ferdinando Zappelli, membro del Consorzio dei produttori della Castagna Umbra. Il produttore aveva infatti annunciato una produzione ferma al palo, non solo per il famigerato Cinipide, ma anche per le anomalie climatiche degli ultimi anni. Per questo, spiegava Zappelli, i bei marroni dalla buccia lucida che vediamo al supermercatonon sono di varietà autoctone come quelle che in genere si consumavano alcuni anni fa. Sono in parte un ibrido euro-giapponese immune al Cinipide, ormai prodotto e commercializzato in buona parte della nostra Penisola, in altra parte varietà provenienti da Grecia e Albania. Queste ultime piuttosto economiche (si trovano nella Gdo a meno di 4 euro al chilo), ma dal sapore quasi inesistente.

LE CASTAGNE IN UMBRIA

Secondo recenti studi agronomici, è nella valle meridionale umbra che si coltivano storicamente alcune tra le più tipiche varietà di castagno. Tra queste, nel territorio di Spoleto si trovano il Marrone gentile della Vallocchia, il Marrone di Pompagnano, il Marrone di Montebibico e quello di San Martino. A Trevi la Castagna di Manciano, mentre a Terni il Marrone di Casteldelmonte. Cultivar molto più pregiate (e buone) rispetto a quelle oggi disponibili sul mercato ma, purtroppo, troppo difficili da gestire senza innovazione agronomica e un piano di sostegno agli imprenditori locali del settore.

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