L'informazione agroalimentare in Umbria

Dietro la fiaba del ritorno alla terra. Lettera amara di un imprenditore agricolo

Share

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un giovane imprenditore dell’Umbria. Uno sfogo duro e allarmante della realtà vissuta tra i campi, a dispetto del tanto decantato boom dell’occupazione nel settore primario.

(Per scrivere al nostro giornale, mandate una mail a redazione@saperefood.it)

di Alessandro Riganelli – Imprenditore agricolo

In un contesto sociale di arrivismo spietato, di sgomitatori seriali, di imbucati e imbucatori, di partitismo che annienta la meritocrazia, di sovrastrutture finanziarie che giocano con l’economia reale e di perdita di valori, la fiaba bucolica del “ritorno alla terra” riscuote enorme successo. Nell’immaginario collettivo, infatti, la figura del giovane agricoltore rappresenta la fuga dal degrado, dall’omologazione culturale, una sorta di eremitismo depurativo.

Lo sanno bene i burattinai dei media, colletti bianchi che da anni succhiano linfa dall’agricoltura e che, data la chiusura massiccia delle partite iva agricole, si vedono costretti a usare degli escamotage per reperire nuovi adepti, freschi e ingenui. Già, perché il bilancio dell’economia agricola italiana è tutt’altro che roseo: dal 2013, chiudono 60 aziende al giorno.

Una crisi che sta mietendo vittime in tutti i comparti agricoli. Dalla frutticoltura, che vede sparire agrumeti in zone vocate come la Sicilia, alla cerealicoltura, ostaggio di mercati impietosi che ad oggi quotano il grano tenero a 14 miseri centesimi al kg, fino al settore del latte. Storie di volatilità dei mercati, di GDO che strozza produttori e li tiene in ostaggio, di burocrazie elefantiache, di sciacallaggio da parte dell’industria agroalimentare che, per pochi spiccioli, preferisce importare prodotti dall’estero invece che valorizzare il Made in Italy di qualità. Storie di fondi europei che, mentre dovrebbero garantire stabilità  e opportunità di sviluppo alle aziende, alimentano apparati ed enti a volte ridotti a veri e propri carrozzoni, serbatoi di voti alla mercé della politica, gestiti senza una visione lungimirante.

Sull’Informatore Agrario, il Prof. Angelo Frascarelli ha sollevato il tema in un editoriale dal titolo lapidario: “Diciamoci la verità, l’agricoltura arranca e va rinnovata a fondo”. Un articolo in cui ha messo in fila una volta per tutte i dati reali del settore primario del nostro Paese. Il valore della nostra produzione agricola, dice, in dieci anni è cresciuto del 14%, in Europa del 22%. L’occupazione continua il suo inesorabile declino, con un tonfo di meno 100mila occupati in dieci anni. I redditi agricoli in Italia sono aumentati del 14%, mentre in Europa del 40%. In generale, l’export dell’agroalimentare è in crescita, ma quello delle materie prime è in caduta costante.   

Una crisi che attanaglia da anni il settore, ma che riesce sempre a passare in sordina, sconfinata in trafiletti brevi tra le ultime pagine dei giornali, per far spazio all’idea romantica che esalta il fantomatico ritorno dei giovani alla terra. Belle storie, di laureati, con tanto di foto col sorriso, che lasciano la caotica quotidianità per dedicarsi al piccolo appezzamento di terreno di famiglia. Chissà perché, da anni abbandonato. Storie di fantasia che stimolano la fantasia altrui. Piccole realtà – perché più si è piccoli e più il frazionamento giova al retroscrivania – per tesseramenti, per la gestione dei fascicoli e, via via, per tutta la matassa burocratica che mantiene in vita l’unico settore florido della nostra economia necessario a sbrogliarla: i servizi.

Voglio a tal proposito riportare una citazione del libro “Nella valle senza nome, storia tragicomica di un agricoltore” di Antonio Leotti: “A questo punto, faccio un appello ai giovani. Lo faccio? Ma sì, lo faccio: diffidate della retorica sulla campagna, soprattutto se si tratta di campagna toscana, diffidate di chi vi esorta a ritornare ai mestieri della terra. Ve lo dice un vecchio delinquente. A meno che non abbiate ingenti capitali, eredità da sperperare o, al contrario, non vogliate lavorare come semplici operai, godendo in questo caso di tutte le deliziose durezze del mestiere più bello del mondo senza troppe responsabilità, lasciate perdere. E non credete a quello che dicono i media, non credete a questa storia che i giovani tornano in campagna. Ma dove sono? Io non ne ho visto neanche uno. E fanno bene a non venirci. Cosa ci verrebbero a fare? A confrontarsi con i fatturati, davvero degradanti, che l’agricoltura è in grado di esprimere? A farsi il fegato grosso con l’arroganza dei burocrati scelti accuratamente tra le schiere dei sadici patologici?”.

Io che sono imprenditore agricolo, invece, voglio fare un appello ai media. Lo faccio? Ma sì, lo faccio: quando vi occupate di settori cardine dell’economia come l’agricoltura, fatelo con metodo se non siete del settore. Approfondite, non fermatevi solo ai comunicati stampa che profondono solo vuoto ottimismo. Non fermatevi nemmeno al comunicato di chi l’agricoltura la rappresenta, perché il legame tra coltivatori e associazioni di categoria si è ormai da tempo ossidato.

Share
2 Comments
  1. alessandro gulletta says

    Io in campagna, proprio nelle condizioni che sono descritte in questo articolo, mi ci sono trasferito quasi vent’anni fa.
    Ho ripreso un vecchio agrumeto di famiglia vessato da anni di malgoverno e mi sono trovato alle prese con problemi di ogni genere, riuscendo a risolverli esclusivamente perchè avevo specifiche competenze nel campo (ed altre me le sono fatte man mano, non intendendo mollare ed amando la soddisfazione che discende dal risolvere problemi anche complessi).
    Sono un Agronomo Dissidente, avendo deciso di non conformarmi a pratiche che, pur insegnate e consigliate (direi anzi fondamentalmente imposte) durante il corso degli studi universitari, cozzano duramente con quanto studiato approfondendo il tema della Vita e dell’Ecosistema che un Agronomo si troverebbe teoricamente chiamato a gestire.
    Concordo quasi pienamente con l’analisi della situazione presentata nel presente articolo, ma penso che andrebbe fatta qualche precisazione.
    La (certo esageratamente) pubblicizzata ondata di giovani che sono tornati all’agricoltura è stata in buona parte creata dal miraggio dei finanziamenti per il “primo ingresso in agricoltura” (di cui, a conti fatti, ho deciso di non approfittare perchè la cosa avrebbe comportato un tipo di gestione che non accettavo, a fronte di benefici economici piuttosto dubbi).
    Questo specchietto per le allodole ha fatto si che molti giovani decidessero di intraprendere la strada dell’agricoltura ritrovandosi poi nei guai, o quantomeno lasciando perdere tutto, per mancanza di competenza specifiche e di voglia di lavorare.
    A parte poche fortunate realtà, chi ha beneficiato veramente di questi finanziamenti sono stati gli studi di disbrigo pratiche (pseudoagronomi e co.).
    Ma, a parte quelli che hanno deciso di aprire “aziende” agricole, c’è davvero un buon numero di giovani che si sono riconvertiti ad uno stile di vita più o meno agreste per motivi che non siano legati a fattori meramente economici, spesso organizzandosi in comunità anche caratterizzate da una certa autosufficienza.
    Il successo di molte di queste realtà, a fronte dei molteplici insuccessi di coloro che dell’agricoltura volevano fare un business, sta nel cambiamento di prospettiva.
    I media che continuano a parlare di “competitività” in campo agricolo prendono letteralmente in giro le persone instillando subliminalmente nelle loro menti un concetto alieno ed in ultima analisi TOTALMENTE opposto al cuore pulsante di ogni attività agricola: LA COOPERAZIONE.
    Anche quando a livello mediatico si parla di cooperazione ci si riferisce solo ad un’accordo fra più produttori ai danni di altre categorie (i consumatori o i produttori di altri comprensori).
    Da settore primario, unico in attivo dal punto di vista energetico, in pochi decenni l’agricoltura è diventata una divoratrice di risorse, schiava di un Mercato malato ed antietico.
    L’agricoltura moderna, parlo di quella che ha preso vita nel dopoguerra, è un sistema totalmente privo di senso costruito ad hoc da ristrette lobbies di speculatori di mercato legati all’industria bellica e petrolchimica per il proprio tornaconto personale …ed i devastanti effetti sulla salute del pianeta, su quella individuale e su quella del tessuto sociale sono sotto gli occhi di tutti.
    interi ecosistemi distrutti, risorse vitali e produttive dei terreni agricoli al lumicino, masse di disoccupati (che spesso diventano manovalanza per la delinquenza) che non stanno certo meglio di quando si usavano le proprie mani ed il proprio tempo in campagna (parla una persona che da anni ha sempre le mani impegnate: so bene cosa significhi); falangi di malati da MMD, che ormai costituiscono un buon 95% delle patologie che la razza umana si trova a dover affrontare.
    Se si vuole sopravvivere, cambiare paradigma è conditio sine qua non.
    L’imprenditorialità così come viene imposta dall’alto, in agricoltura, è un concetto sicuramente perdente.

    Dott. Alessandro Gulletta

    N.B.: l’acrostico MMD viene dalle parole inglesi Man Made Disease e significa letteralmente “malattie create dall’uomo”: lungi dall’essere un concetto di stile new age, è una cosa che iniziai a conoscere all’università (durante i miei studi di Scienze Agrarie) e che indica il fenomeno, BEN conosciuto da decenni a livello scientifico, per cui i fitofarmaci inducono patologie di vario tipo in chi si nutra di prodotti alimentari da essi contaminati.
    In realtà gli MMD non dipendono solo dai fitofarmaci, ma da contaminanti utilizzati in ogni fase del processo “produttivo” della roba che poi arriva a tavola, come anche dalla roba totalmente sintetica che viene spacciata come commestibile, da coloranti vari, plastiche e co. , ma un fattore che accomuna tutte queste sostanze pericolose per la salute è il fatto di avere origine industriale e per l’esattezza petrolchimica

  2. TRENTINO WINE says

    AGRICOLTURA TRA FAVOLA E REALTÀ – TRENTINO WINE da noi la realtà è molto, ma molto, diversa. A portarci con i piedi per terra è la lettera di questo imprenditore agricolo umbro, che ci racconta di come vanno veramente le cose. Complimenti a questo agricoltore http://www.trentinowine.info/2016/10/agricoltura-favola-realta/

Leave A Reply

Your email address will not be published.