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Da Castelbuono a Caprai, come Montefalco diventa un simbolo nel mondo

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Visita e degustazione in due delle aziende vitivinicole più famose a livello internazionale. Il Carapace della famiglia Lunelli e la cantina Arnaldo Caprai

di Emanuela De Pinto

Souvenir, selfie e brindisi per salutare l’edizione numero 35 di Enologica. Si è chiuso ieri, domenica 21 settembre, l’evento organizzato dal Consorzio Tutela Vini di Montefalco e dal Comune di Montefalco: tre giorni di convegni, conferenze, cooking show e la consueta festa della vendemmia (le foto sulla nostra pagina Facebook). Protagonista il buon vino, e come descrivere cosa c’è in un calice di Sagrantino senza partire da una visita in cantina? Sono 27 quelle che hanno aderito alla manifestazione, ospitando per un intero weekend turisti e wine lovers da tutto il mondo. Non potevamo raccontarle tutte, così abbiamo deciso di visitarne due tra le più famose a livello internazionale. Tenuta Castelbuono, della famiglia Lunelli, un capolavoro di arte contemporanea di Arnaldo Pomodoro. E la cantina Arnaldo Caprai, un simbolo del Made in Italy nel mondo.  

Castelbuono è a Bevagna. Lungo la strada si può già intravedere, tra le dolci colline, qualcosa all’orizzonte: un enorme “Carapace”, scudo osseo della tartaruga. Animale preistorico, simbolo di longevità. Una cupola fatta di rame con solchi che ricordano le crepe delle terra. C’è chi la definisce una cantina-tempio, costruita in sei anni di lavoro. Si entra nella pancia della tartaruga e quasi manca il fiato. C’è il desk di accoglienza e la sala degustazioni, siamo sotto un tetto di grandi travi in legno che creano geometrie precise, ricoperte da un intonaco miscelato al rame, che conferisce all’opera un colore magnetico.

Scesa una scala elicoidale, siamo al centro della tartaruga. Tutto intorno, le barrique di Sagrantino. Le pareti sono di un azzurro acqua: cielo e terra si sono invertiti, ecco il genio dell’artista. Quasi viene da parlare piano, perché il vino deve riposare. E allora torniamo su, alla luce naturale del sole, per degustare qualche buona bottiglia (ogni vino ha il nome di un elemento della struttura): il “Lampante” Montefalco Rosso Riserva 2009 che invecchia solo in botti grandi per tre anni, il “Carapace”, Sagrantino in purezza, tre anni di botte grande più uno di affinamento in bottiglia, lo “Ziggurat”, il Montefalco Rosso (70% Sangiovese, 15% Sagrantino, 15% Cabernet e Merlot) e per finire il Montefalco Sagrantino “Passito”, dai profumi di more e mirtillo con una nota di liquirizia.

Ci congediamo (con anticipata nostalgia), perché ci aspettano le uve di Arnaldo-Caprai e l’agronomo Matteo Pintaudi per un giro tra i vigneti. Località Torre di Montefalco. L’occhio si perde in lontananza: 130 ettari di coltivazione sono uno spettacolo che mette in pace con la natura. Lo scorso anno la produzione ha raggiunto 800mila bottiglie, mica male per un imprenditore partito dal settore tessile negli anni ‘70. Oggi, però, è il figlio Marco ad avere le redini dell’azienda vitivinicola. Guarda sempre al futuro, cercando di anticipare le tendenze del mercato. Tra le vigne, sei capannine per il controllo della temperatura e dell’umidità, così da ridurre al minimo e prevenire in tempo i disagi legati al clima. Il giro tra le uve si fa sorseggiando il “Grecante”, Colli Martani Grechetto Doc, uno dei grandi classici di questa cantina, prodotto sin dal 1989. E’ un bianco molto fresco, un po’ sapido, conosciuto per gli ottimi aromi fruttati e floreali.

Un grande vino che spopola all’estero. Ma il sole, il gusto dell’uva rubata dai filari e l’odore del rosmarino intorno alla cantina, questo no, non si può esportare. Si può vivere solo a Montefalco.   

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