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Decreto Sanzioni Olio, tanto rumore per nulla

Decreto Sanzioni Olio, tanto rumore per nulla

Il provvedimento che entrerà in vigore il 1 luglio salvaguarda il reato penale di “frode in commercio”, introducendo o aumentando le multe per le etichette fuorvianti. Ma nessuna prevenzione delle truffe

di Filippo Benedetti Valentini

Con il “Decreto Sanzioni Olio” il Governo Renzi intende introdurre norme che contrastino le frodi sull’olio d’oliva. In particolare il provvedimento, che entrerà in vigore il 1° luglio 2016 abrogando il precedente decreto n.225 del 2005, aumenta e in alcuni casi introduce multe per violazioni che riguardano imballaggi, informazioni sulla  categoria dell’olio, designazione dell’origine, indicazioni facoltative, leggibilità delle informazioni obbligatorie e altro ancora. Ma al di là del clamore mediatico, sembrano ben poche le novità all’orizzonte.

MULTE, COSA CAMBIA: IL PRIMA E IL DOPO

Il decreto infatti, oltre a rafforzare il regime sanzionatorio con multe che possono arrivare fino a 18mila euro, salvaguarda il reato penale di “frode in commercio” che in una prima bozza di legge sembrava poter essere depenalizzato. Dal 1 luglio, in sostanza, chi non rispetterà “l’obbligo di indicare in etichetta e nei documenti la designazione dell’origine, nonché la difforme designazione dell’origine anche ricorrendo a segni, figure o altro” commetterà sempre reato (articoli 515 e 517 del Codice penale), ma incorrerà anche in una multa da 2mila a 12mila euro.

OLIO DI ALTA QUALITA’, LE PROSSIME SFIDE DELL’OLIVICOLTURA ITALIANA

Secondo Leonardo Laureti, presidente del Consorzio Olio Dop Umbria, è solo l’ennesima norma che stabilisce sanzioni per l’etichettatura dell’olio senza dare un vero impulso alla prevenzione delle frodi. “Ci ostiniamo da decenni a normare il prodotto a valle della filiera attraverso leggi e sanzioni, ‘command and control’ direbbero gli anglofoni, mentre facciamo troppo poco in termini di prevenzione a monte della filiera. Osserviamo l’etichetta in modo maniacale, neanche fosse un quadro d’autore in un museo, ma ci dimentichiamo della qualità del prodotto indipendentemente dal labelling”. 

Cosa fare allora? “C’è sicuramente un problema di semplicità e chiarezza normativa che attanaglia il comparto oleario. Bisognerebbe stracciare tutta la normativa presente e riscriverla da capo in un unico testo che comprenda tutti i vari aspetti dall’etichettatura, alla tracciabilità (Registro Sian), fino alle classificazioni merceologhe e così via”. Allo stato attuale, dice Laureti, “gli extra vergine Dop sono una garanzia di qualità efficace, perché hanno un controllo ante/post, prevedono il rispetto dei principali parametri chimici-organolettici e sono legati ad un territorio che si può citare tranquillamente senza rischiare alcuna sanzione. In pratica, certificano gran parte degli elementi che il consumatore cerca in un olio extra vergine: origine territoriale e assoluta assenza di difetti”. Proprio per questo il “Country sounding”, ovvero l’evocazione di un’origine geografica dell’olio diversa da quella effettiva, è un tema cruciale per l’attività del Consorzio di Tutela Dop Umbria.

“Ci teniamo a sottolineare – aggiunge – che per esempio attraverso l’accordo tra E-Bay e il Mipaaf rinnovato in questi giorni come Consorzio abbiamo ricevuto due segnalazioni nell’arco di due mesi, la prima riguardava un prodotto qualificato come ‘olio extra vergine di oliva umbro 100% italiano’, la seconda un ‘Campione di olio extra vergine di oliva biologico tipico umbro’: entrambi sono stati tolti dal mercato”.

Insomma, per l’Italia il tema dell’origine dell’olio, molto dibattuto a Bruxelles, è fondamentale per poter competere. Ma non basta. “Oramai anche il progresso scientifico e tecnologico hanno permesso di raggiungere buoni risultati in termini di tracciabilità del prodotto – conclude Laureti –  ma credo che parallelamente il sistema su cui si dovrà investire è quello culturale. Ad Expo il ‘Supermercato del futuro’ (lo store promosso da Coop e Avenade con scaffali interattivi ed ‘etichette parlanti’, ndr) si è rivelato uno strumento capace di fare informazione positiva verso il consumatore. Questa è la sfida, e se rimaniamo indietro aspettando e sperando che una normativa possa risolvere i problemi, siamo sulla strada sbagliata”. 

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