Olio di alta qualità. Le prossime sfide dell’olivicoltura italiana

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Intervista all’agronomo e capo panel Angela Canale. Import, tipicità varietale e nuove tecnologie: punti di forza e debolezze del comparto olivicolo nel Belpaese.

di Filippo Benedetti Valentini

Angela-CanaleA poche settimane dalla chiusura di Ercole Olivario, abbiamo parlato di olio extra vergine con Angela Canale, membro della commissione che ha valutato gli oli italiani in gara e che, nel prossimo biennio, sarà il nuovo capo panel del concorso nazionale. In questa intervista parliamo di come sta evolvendo il settore in Italia, di importazioni di olio dall’estero, delle opportunità offerte dai provvedimenti nazionali e internazionali in tema di olivicoltura ed etichettatura.

Un commento su Ercole Olivario 2016, cosa sta succedendo nel mondo dell’olio di qualità e quali sono le regioni che stanno dando il meglio?

Sul fronte della qualità vedo una crescita che negli ultimi anni è aumentata vertiginosamente in tutte le regioni italiane. Questo si percepisce sia nei concorsi, dove non arrivano più oli difettati come invece accadeva un po’ di tempo fa, che degustando oli in manifestazioni pubbliche come le fiere di settore. Personalmente sto assaggiando in questi giorni molti oli, per scrivere delle guide per sei regioni italiane, e la qualità organolettica che riscontro quasi in tutti i campioni pervenuti, oltre che essere alta, mostra tipicità varietale e ambientale e anche una grande pulizia delle fragranze.  

A cosa è dovuta questa generale spinta verso la qualità?

Le aziende olivicole italiane, consapevoli della possibilità di raggiungere livelli qualitativi molto alti, hanno puntato a questo per distinguersi in un mercato di massa dove l’olio viene scelto quasi esclusivamente per il basso prezzo. La qualità, una volta riconosciuta, percepita ed apprezzata permette di ottenere quel valore aggiunto indispensabile per giustificare la gestione dell’attuale olivicoltura italiana. Le nuove tecnologie applicate sia in campo che in frantoio, stanno sempre più aiutando a raggiungere livelli molto alti di qualità sia chimica che organolettica dell’olio.

E’ stato da poco approvato in Conferenza Stato Regioni il Piano Olivicolo Nazionale che, tra le altre cose, prevede un incremento della produzione olivicola. Perché è così importante fare più olivicoltura in Italia?

Negli ultimi dieci anni il settore ha perso una quota non indifferente di prodotto. Questo soprattutto per la difficoltà di gestire un gran numero di oliveti che presentano delle criticità, come l’età avanzata delle piante, le ridotte dimensioni delle aziende, la marginalità dei terreni, la difficoltà di meccanizzare e soprattutto l’olivicoltore spesso è un ‘hobbista’ che non si dedica a tempo pieno a questa attività, raggiungendo quindi scarsi risultati produttivi.

Contemporaneamente il mercato mondiale dell’olio è cresciuto. Nuovi Paesi hanno abbandonato il consumo di grassi animali o di oli di semi a favore dell’olio extravergine di oliva. Ecco che l’olio da noi prodotto non è sufficiente per la richiesta sia nazionale che internazionale, lasciando spazio di mercato ad altre nazioni tradizionalmente olivicole del Mediterraneo e del Sud del mondo, che invece in questo ultimo decennio hanno sempre più creduto e investito in questo settore.

E’ da molto tempo che si aspettava un Piano Olivicolo Nazionale, non so se questo riuscirà a dare una svolta significativa alla nostra olivicoltura. Penso sia comunque un segnale positivo che permetterà ad alcune aziende di rifare un restyling almeno parziale degli impianti. Mi auguro che, ove possibile,  si colga l’opportunità di farne di nuovi finalizzati a creare lavoro incrementando produzioni di qualità.

In sostanza, produciamo meno di quello che ci serve. E’ per questo che importiamo olio dall’estero?

Produciamo sicuramente meno di quanto consumiamo da moltissimi anni, sia in Umbria che in Italia. Ma se da un lato siamo importatori per necessità, dall’altro lo siamo perché gli “extravergini” importati hanno un costo e di conseguenza un prezzo molto più basso di quelli italiani. Comprenderà che a parità di categoria merceologica attribuita, l’industria confezionatrice che compra favorirà il prezzo più basso.

In questi giorni si parla molto di olio tunisino. Personalmente non penso che sia un concorrente dell’olio italiano, penso invece che stia semplicemente sostituendo quella quota di prodotto da sempre importato dalla Spagna e che ora sta riempendo le bottiglie dei marchi una volta italiani e ora spagnoli.

Perché in Italia produrre olio extra vergine di qualità è tanto costoso?  

In Italia ormai è costoso produrre qualsiasi cosa, soprattutto per l’alto costo della manodopera. A questo si aggiunge che l’olivicoltura che abbiamo è obsoleta sotto tutti i punti di vista,  produttivi e gestionali. Limitata dimensione aziendale e scarso spirito di aggregazione ne completano la difficoltà di conduzione. Per di più, permane nell’olivicoltore italiano tradizionale un atteggiamento conservatore e per niente innovativo nei confronti dell’olivicoltura.

Diversamente l’olio che l’industria confezionatrice italiana importa, proviene da Paesi dove il costo della manodopera è molto basso, la produttività ad ettaro è alta, le ore di lavoro per unità di prodotto sono ridotte al minimo, visto che non si punta alla qualità.  

Le importazioni di olio dall’estero sono in assoluto un danno per le produzioni locali oppure possono rappresentare un’opportunità per differenziare l’offerta di olio sul mercato?

Possono diventare un punto di forza, purché si dimostri l’assoluta tracciabilità del prodotto. Se un olio viene dall’estero ed è tracciato dal momento in cui è importato fino al confezionamento, allora non si crea difficoltà al “Made in Italy”. Allo stesso tempo, il prodotto 100% italiano deve dimostrare di essere tale e di essere all’altezza sul fronte della qualità, perché dire italiano non vuol dire necessariamente ‘migliore’.

L’Unione Europea sta valutando l’eliminazione della data di scadenza dalle bottiglie d’olio che, al momento, stabilisce il termine in 18 mesi. Potrebbe essere un danno per la qualità italiana e per i consumatori?

Sicuramente questo aiuterà a provocare ancora più confusione. Ma se la scadenza di un olio non può essere stabilita da una data, quella di produzione può sicuramente dare garanzia di freschezza.  La dichiarazione volontaria da parte dell’azienda del momento di raccolta  delle olive potrebbe fare la differenza con un olio invecchiato di cui non si ricorda l’anno di nascita.

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