Se il prosciutto e il culatello parlano straniero. I danni all’allevamento italiano

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Nel 2014 importazioni aumentate dell’8%: 62milioni il numero di cosce arrivate dall’estero, poi lavorate e servite come prodotto italiano

di Redazione

Carne importata dall’estero per ottenere prosciutti che diventano “Made in Italy”, dal momento che non è obbligatorio indicare la provenienza della materia prima in etichetta. E’ la ricetta di un boccone amaro che, ancora oggi nonostante la pioggia di critiche, sono costretti a ingoiare le imprese che producono alcuni grandi tesori della norcineria italiana.

Dal Culatello di Zibello alla coppa piacentina, dal prosciutto di San Daniele a quello di Parma: patrimoni della cultura gastronomica italiana che, senza la giusta tutela, rischiano di perdere la battaglia sul mercato contro prodotti meno autentici e più economici, fatti con materia prima che spesso proviene da Germania, Olanda, Danimarca, Spagna.

L’allarme è stato lanciato da Coldiretti durante la mobilitazione di migliaia di agricoltori sul valico del Brennero: “Dalle stalle italiane sono scomparsi 600mila maiali dall’inizio della crisi”. Colpa delle importazioni, aumentate nel 2014 di oltre l’8%, che hanno fatto balzare a 62milioni il numero di cosce di maiale provenienti dall’estero e destinate a cottura o stagionatura, per essere poi servite come “prodotto italiano”. Un grave danno per i nostri allevamenti che, con l’abbassamento dei prezzi generato dalle importazioni, non riescono più a coprire i costi di produzione. “In Italia – è stato detto – due prosciutti su tre provengono dall’estero senza che questo venga evidenziato chiaramente in etichetta: un inganno  per i consumatori e un danno per gli allevatori italiani, impegnati a rispettare rigidi disciplinari di produzione per realizzare carne di altissima qualità”.

TUTTI I SALUMI ITALIANI DOP E IGP

Gli allevatori della Coldiretti mettono sotto accusa anche gli squilibri nella distribuzione del valore dalla stalla alla tavola: per ogni 100 euro spesi dal consumatore in salumi, 46 restano in tasca alla distribuzione commerciale, 24,5 al trasformatore industriale, 11,5 al macellatore e solo 18 euro all’allevatore. Una forbice troppo larga che danneggia molti imprenditori costretti a chiudere le stalle. In Italia sono allevati meno di 8,7 milioni di maiali (erano 9,3 milioni nel 2008), destinati per il 70% alla produzione dei 36 salumi che hanno ottenuto dall’Unione Europea il riconoscimento Dop o Igp. Il settore della produzione di salumi e carne di maiale, dalla stalla alla distribuzione, vale circa 20 miliardi. E’ uno dei settori di punta dell’agroalimentare, dove lavorano oltre 100mila addetti su tutta la filiera.

Il problema riguarda anche la nostra regione, e proprio di recente il presidente Coldiretti regionale, Albano Agabiti, ha mostrato durante un convegno la situazione del mercato suinicolo in Umbria. 

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