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Cibi scaduti nel piatto. I consigli per leggere l’etichetta ed evitare rischi

Cibi scaduti nel piatto. I consigli per leggere l’etichetta ed evitare rischi

Oltre il 50% dei consumatori mangia alimenti oltre il termine stabilito. Le differenze tra le diciture “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro il”.

di Redazione

Più di un italiano su due mangia cibi scaduti: tutta colpa della scarsa conoscenza delle informazioni fornite in etichetta. Secondo quanto riferisce la Coldiretti sulla base di dati Eurobarometro aggiornati al settembre 2015, il 55% dei consumatori mettono nel piatto alimenti oltre il limite di tempo indicato nelle confezione se il prodotto sembra in buono stato. Una cattiva abitudine che in alcuni casi può comportare seri rischi per la salute.

Ma come si deve leggere l’etichetta? La prima raccomandazione è quella di distinguere le diciture “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro il”. La prima è la data entro la quale il prodotto deve essere consumato ed anche  il termine oltre il quale un alimento non può più essere in commercio. Tale data – precisa la Coldiretti – non deve essere superata, altrimenti ci si può esporre a rischi per la salute. Si applica ai prodotti preconfezionati, rapidamente deperibili come il latte fresco (7 giorni) e le uova (28 giorni). E’ indicata dal giorno, il mese ed eventualmente l’anno e vale indicativamente per tutti i prodotti con una durabilità non superiore a 30 giorni.

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Diverso il discorso riguardante la dicitura “Da consumarsi preferibilmente entro”, che si riferisce al Termine Minimo di Conservazione (TMC). Questa rappresenta la data fino alla quale il prodotto alimentare conserva le sue proprietà organolettiche e gustative, o nutrizionali specifiche in adeguate condizioni di conservazione, senza per questo comportare problemi per la salute in caso di superamento del limite. Più ci si allontana da questa data, dunque, meno fragranza e sapore avrà il prodotto.

In particolare, questa data viene stabilita autonomamente dai produttori in base ad una serie di fattori che vanno dal trattamento tecnologico alla qualità delle materie prime, dal tipo di lavorazione e di conservazione per finire con l’imballaggio. Per questo non è difficile, durante un controllo commerciale, trovare due prodotti simili ma di marchio differente con un termine minimo di conservazione diverso. E’ infatti compito di ogni singola azienda effettuare prove di laboratorio sui propri prodotti, per misurare la crescita microbica e valutare dopo quanti giorni i valori organolettici e nutrizionali cominciano a modificarsi in modo sostanziale. Il risultato, come conferma anche il dipartimento di Scienze e Tecnologie alimentari dell’Università di Milano, è ad esempio che per l’olio extra vergine d’oliva alcune aziende consigliano il consumo entro 12  mesi, altre superano i 18, con il rischio di perdere le caratteristiche nutrizionali e di gusto.

LE NUOVE NORME SULL’ETICHETTA

Queste ricerche – conclude la Coldiretti – evidenziano come gli effetti del mancato rispetto dei tempi di scadenza variano da prodotto a prodotto: per lo yogurt, che dura 1 mese, il prolungamento di 10-20 giorni non altera l’alimento, ma riduce il numero dei microrganismi vivi, mentre al contrario per i pomodori pelati quasi tutte le confezioni riportano scadenze di 2 anni anche se la qualità sensoriale è certamente migliore se si consumano prima.

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