Grechetto, Trebbiano Spoletino e i Sagrantino d’oltreoceano: l’altra metà del cielo

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A Enologica 2015, tre degustazioni sui vini bianchi di Montefalco e sui Sagrantino di Australia e California. Giusto chiamarli così? 

di Emanuela De Pinto

Enologica 2015, Montefalco. Per la prima volta nell’edizione appena chiusa della prestigiosa rassegna, fari puntati anche su “L’altra metà del cielo”, ovvero i vini bianchi del territorio montefalchese. Ci siamo concentrati su un paio di degustazioni che hanno suscitato la curiosità degli stessi produttori, nonché dei tanti appassionati presenti. Ve le raccontiamo con ordine. Due le batterie enologiche, nello splendore della Sala Consiliare del Comune di Montefalco, a cura del giornalista Gambero Rosso Antonio Boco: Grechetto e Trebbiano Spoletino.

“In Umbria, è Orvieto il territorio storicamente vocato per la produzione bianchista. – ha spiegato il giornalista – Se parliamo di famiglie contadine umbre, i nostri nonni hanno sempre prodotto e bevuto vini bianchi. Il Grechetto è sempre stata un’uva protagonista. Si potrebbe dire che non c’è un’uva in Umbria, come il Grechetto, che unisce tutti i territori della regione: da Orvieto a Narni, arrivando sui Colli Martani, nel perugino e sull’Alto Tevere. La storia dei bianchi è molto più lunga del Sagrantino, e noi l’abbiamo un po’ rimossa. La mia memoria di ragazzino, è una memoria di vino bianco. Il Grechetto è una varietà che facilmente si carica di colori e profumi, il momento della raccolta è fondamentale: poche ore possono cambiare tutto. E’ un vino che può avere anche muscoli, ed è una varietà che ti dà anche qualche schiaffo. Un vino da terra, la cui collocazione è il Centro Italia. Non dobbiamo aspettarci livelli di acidità prorompenti, una delicata finezza e i toni verdi. Quelle sono caratteristiche di altre zone: è dunque un vino maledettamente mediterraneo”.

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Quattro Grechetti in assaggio: Cantina Di Filippo, Grechetto dei Colli Martani. “E’ una cantina – racconta Boco – che ha scelto una strada certificata biologica in tempi non sospetti. Una mano autentica. I suoi non sono vini bianchi facilissimi, ma di certo non sono imbrigliati e confezionati”. Cantina Benedetti&Grigi, una realtà nuova che seguiremo. Il terzo vino è un Montefalco Bianco di Caprai. Qui, c’è da aprire una parentesi. I produttori hanno già fatto richiesta al Ministero per modificare il disciplinare. “Speriamo ci sia un rilancio di questo bianco, – osserva Boco – perché finora le aziende lo hanno affrontato timidamente, pochi hanno osato”. Si prosegue con la Cantina Moretti Omero, di Giano dell’Umbria. E’ un vignaiolo artigiano, puro, tradizionale. Anche lui biologico. Secondo Boco, tra gli interpreti più intriganti della zona. Il vino si Chiama “Nessuno” ed è un Grechetto Igt con una nota di Malvasia aromatica.

La seconda degustazione è di Trebbiano Spoletino, vitigno riscoperto da pochi anni in Umbria. Matura tardissimo, a volte si raccoglie dopo il Sagrantino: “Una bestia strana – dice – tanto salino e salmastro da sembrare quasi un rosso”. Più elegante del Grechetto, con un’aromaticità e un’intensità superiore agli altri bianchi umbri. E le piante di vite, che si arrampicano su altre, sono emozionanti.

E andiamo all’assaggio: il primo calice è della Cantina Perticaia. “Note di limone, un vino ancora molto giovane, in bocca più acido del Grechetto, più profondo. Che gioca molto sulla via della finezza”, dice Boco. Secondo vino, Cantina Poggio Turri. Un’azienda nata da poco, che ha iniziato a vinificare nel 2003. “Un vino ancora un po’ più indietro nel percorso stilistico”, ma che ha già raggiunto buoni livelli sui rossi, secondo noi. Il tempo farà il suo lavoro.

Il terzo Trebbiano Spoletino è della Cantina Antonelli, a San Marco. “Si sente la componente speziata della barrique. Grande complessità e un’acidità ‘cazzuta’ – commenta Boco ma è ancora chiuso, deve cambiare molto eppure è già molto energico”. Dulcis in fundo, la Cantina Tabarrini. “Forse il Trebbiano Spoletino più famoso al mondo. Di enorme successo commerciale”, racconta il giornalista. Un vino che ha il fresco e il croccante del bianco, ma anche la forza espressiva e l’eleganza dei rossi. Paragonabile, secondo il produttore Giampaolo Tabarrini, a un Riesling d’Alsazia.

Il secondo appuntamento con le degustazioni è stato quello che ha messo a confronto la Docg Montefalco Sagrantino con il vino Sagrantino che nasce in Australia e in California. A condurlo il giornalista e blogger Jacopo Cossater. Si comincia con il Sagrantino di casa nostra: Cantina Lungarotti, Col Santo, Scacciadiavoli, Alzatura, Terre de la Custodia, Torrione e un Sagrantino Passito della Cantina Rialto. Vini che giocano su interpretazioni diverse: chi ha tentato di addomesticare di più i tannini, chi invece ha lasciato intatto il vigore di questo vitigno autoctono che ha saputo conquistare il suo posto nella scacchiera internazionale dei grandi rossi. Ma un confronto con i vini Sagrantino d’oltreoceano è davvero possibile? I vini che il Consorzio Tutela Vini di Montefalco ha scelto per questo assaggio comparato sono stati otto.

Il primo è un vino australiano: cantina Lou Miranda Estate del 2012. “Per loro è un piccolo gioco, ne producono 2.800 bottiglie l’anno”, spiega Cossater. E’ un vino più dolce del nostro Sagrantino, con fortissime note di rosa e viola. Quasi mentolato. Un altro pianeta. Nella seconda parte della degustazione dei ‘Sagrantino dal mondo’, solo per produttori e giornalisti, nei calici sette Sagrantino internazionali, ovvero sette visioni diverse del vino umbro. Ma accomunate dall’estrema morbidezza, con tannini quasi assenti, molto lontani dall’idea del Sagrantino ‘autentico’, tipicamente ruvido e complesso. Come immaginarli in altro modo, del resto. Prendi una stessa uva, la coltivi in un territorio completamente diverso e ottieni un vino che, al massimo, contiene un’idea del vitigno originale. Ma comunque espressione di un lavoro interessante da parte di aziende che regalano vini godibili e versatili.

Le etichette: Australia Felix di Andrew Peace Wines 2013, Jacuzzi Family Vineyards 2012, The Belief Sagrantino di Heathvale 2012, Chalmers Sagrantino 2012, The Cenosilicaphobic Cat Sagrantino D’Arenberg 2010, Mosby Sagrantino 2008 (California) e un Chalmers Sagrantino Passito. Una sola domanda: è giusto chiamarlo Sagrantino? I produttori non la pensano tutti allo stesso modo: c’è chi dice sia un rischio per l’autenticità dell’unico vero Sagrantino e chi invece pensa sia un bene che il nome di questo vino faccia il giro del mondo. Del resto, come ha sottolineato Cossater, la particolarità del Sagrantino è proprio la sua “polifonia stilistica”.

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1 Comment

  1. jacopo cossater says

    Ciao Emanuela e grazie del lungo resoconto, spero che siano state tutte occasioni utili per approfondire tipologie e territorio, io ce l’ho messa tutta per provare a raccontare i vini che erano nei bicchieri e il mio punto di vista su tutta la questione.

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