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Il meglio di Expo. Il nostro viaggio nel Padiglione Zero: sotto la crosta terrestre

Il meglio di Expo. Il nostro viaggio nel Padiglione Zero: sotto la crosta terrestre

Saperefood visita l’Expo. Il Padiglione Zero: l’Archivio del mondo,  il tavolo Pangea, il porto di Chicago e l’alta finanza. La storia dell’uomo dalle origini alla specualzione (fotogallery)

di Emanuela De Pinto

SapereFood è partita alla volta di Milano. Direzione Expo. Occupandoci di food system abbiamo sentito forte l’esigenza di cogliere l’opportunità offerta a pochi (si fa per dire) chilometri di distanza dal nostro territorio, l’Umbria. A partire da oggi, e nell’arco dei mesi estivi, vi racconteremo ciò che abbiamo visto. Il meglio di Expo, secondo i nostri occhi, le sensazioni, le emozioni vissute, la voglia di condividere con i lettori quello che assolutamente non si può perdere (scopri il Padiglione del Vino). Avete voglia di venire con noi? Senza fretta, un pezzo per volta. Una meraviglia dopo l’altra. Arrivati ad Expo, il primo sito che s’incontra all’ingresso è il Padiglione Zero. Tutto parte da qui. Allora, entriamo?

expoIl Padiglione Zero è la memoria dell’umanità. Così l’hanno definito i suoi ideatori: Davide Rampello e Michele De Lucchi. E qual è il luogo simbolo della nostra memoria, dello scorrere del tempo, dei tesori che l’uomo ha saputo creare, se non una grande, immensa, biblioteca? Il viaggio nel Padiglione Zero ha inizio addentrandosi nell’“Archivio del mondo”: una biblioteca barocca interamente di legno, simbolo della condivisione dei saperi, delle conoscenze e delle pratiche degli esseri umani nel corso dei millenni. Nella parete un video riproduce immagini di una remota agricoltura: il duro lavoro dei contadini contrapposto ad una modernità frenetica, sprecona. Siamo così introdotti nel tema di Expo Milano 2015 “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. L’Onu fa la sua parte in questa battaglia. Proprio in questo padiglione presenta la sua “Sfida Fame Zero. Uniti per un mondo sostenibile”.

Il Padiglione Zero simboleggia la crosta terrestre, ecco perché tutto è in penombra. Si esplorano le sue grotte, ricostruite in un’atmosfera dove la luce del Sole è quasi un ricordo. Al centro di questa ‘buccia’ si trova la valle delle civiltà, gli uomini, che grazie all’ingegno hanno imparato a coltivare la terra, nutrendosi dei frutti della natura. Ecco perché, lasciato l’“Archivio del mondo”, siamo condotti in una sala dove le pareti sono ricoperte di semi e legumi di tutti i tipi, tanti colori diversi che accendono le pareti prima buie: simbolo della biodiversità vegetale. Ecco quante cose buone ci offre la terra, se sappiamo rispettarla e averne cura, come fa lei con noi. Da sempre.

Andiamo avanti nel percorso, e dal mondo vegetale passiamo a quello animale. Nel corso del tempo, l’uomo ha imparato ad allevare gli animali: mucche, capre, cavalli, suini, polli e galline. E’ un legame indissolubile che è nato con l’uomo stesso: abbiamo bisogno degli animali e loro di noi. Sono sempre stati al nostro fianco, per nutrirci, per aiutarci nei lavori più faticosi, per regalarci la loro compagnia, perfino. Cose che troviamo scontate, senza renderci conto che è un equilibrio sempre più precario.

expoAncora qualche passo e si esce dal buio per finire nel “Teatro del mondo” all’aria aperta, dove ci si può sedere e ammirare al centro un grande tavolo: è “Pangea Table”. Composto da 19 pezzi sagomati che si intersecano gli uni con gli altri, grande circa 80 metri quadri, dal peso di circa 6 tonnellate, questo tavolo simboleggia un unico continente che in origine si ritiene includesse tutte le terre emerse e che, durante le successive ere geologiche, si è diviso nei vari continenti che conosciamo oggi.

E’ il simbolo dell’unione di tutti i Paesi, prima della separazione. Non esistono più i confini di Stato, le differenze tra popoli, razze o classi sociali. Il tema del cibo è universale, oggi come in principio. E’ qui, seduti a questo tavolo, che i protagonisti della comunità internazionale devono (ideologicamente) dialogare per trovare soluzioni al problema della reperibilità delle risorse alimentari in modo sostenibile. Il piano di Pangea Table è realizzato con un legno millenario, il Kauri, estratto dal sottosuolo e proveniente dalla Nuova Zelanda; mentre le 271 gambe a sostegno dell’intera struttura sono realizzati con pali di rovere recuperati dalla Laguna di Venezia.

expoLasciamo il “Teatro del mondo” per avventurarci nuovamente nella crosta terrestre. Questa volta ci troviamo dentro uno spazio verde, dove sono rappresentati alcuni abitanti mentre raccolgono il cibo in ceste di vimini, c’è anche un mulino. L’uomo ha imparato a coltivare la terra in modo meno rudimentale, più sofisticato. I primi attrezzi di moderna ingegneria agraria, ma presto, addentrandoci nel nostro viaggio scopriamo il passaggio dal mondo rurale all’industriale.

Davanti ai nostri occhi la meravigliosa ricostruzione dell’area portuale di Chicago nella prima metà del ‘900. E’ per via marina che le merci viaggiano, compreso il cibo. Ma presto, questo mondo di innovazioni lascia il posto a qualcosa di più enigmatico e sconcertante. Che ci lascia perplessi. Attraversiamo ancora una sala e siamo catapultati nel mondo dell’alta finanza. Indici di borsa, prezzi di mercato, quotazioni bancarie: gli occhi vengono rapiti da centinaia di immagini che scorrono veloci sui maxi schermi. Siamo nell’attualità più cruda, nella pura speculazione, dove le logiche di mercato se ne fregano degli equilibri precari del sistema terrestre, dell’abissale diseguaglianza delle condizioni di vita, della mancanza di cibo di molti popoli e dell’abbondanza perversa e arrogante di altri.

Ma il viaggio nel Padiglione Zero ci lascia ancora più sbigottiti di fronte alla montagna di rifiuti ricreata nel penultimo tratto del percorso. A renderla finta è solo la mancanza del cattivo odore, ma quanto è reale! I pannelli alle pareti scure ci informano che 1/3 del volume del cibo prodotto oggi nel mondo per il consumo umano viene perso o sprecato, e che solo ¼ di questa massa di alimenti potrebbe nutrire tutti gli affamati della Terra. I volti dei visitatori sono sbigottiti: lo sentiamo dire spesso, lo leggiamo ovunque. Ma trovarsi lì, e pensare al viaggio a ritroso, ingombra la mente di molte domande: come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Quando è stato il punto di rottura? E perché sembra così difficile tornare indietro? La colpa è anche mia?

Fortunatamente, questo senso di oppressione e tristezza (il messaggio è passato alla perfezione) viene scacciato via dall’ultima tappa che chiude il viaggio nel Padiglione Zero. Alla fine del percorso, entriamo in una sala dove uno schermo a 360 gradi ci restituisce la bellezza della nostra Terra: panorami mozzafiato con i vigneti spagnoli coperti dalla pietra lavica, le nocciole delle Langhe, i campi di grano. E molti video riproducono il lavoro laborioso delle piccole comunità rurali della Mongolia, della Tanzania, del Guatemala, che sono riusciti negli ultimi decenni, a far ripartire la loro economia. E’ da lì che dobbiamo ripartire anche noi, da quel modo naturalmente sano di fare commercio e produrre ricchezza (per tutti): solo così riusciremo a fare del nostro pianeta un posto sostenibile. E vivo.

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