Miele col contagocce, inverno amaro per gli apicoltori

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In Umbria raccolto in calo del 50% rispetto allo scorso anno. La conseguenza è l'aumento dei prezzi sul banco del supermercato, ma il maltempo non è l'unica causa

di Emanuela De Pinto

Sarà un inverno un po’ più amaro. I danni del maltempo si contano anche sulla produzione di miele: le api non volano e manca il polline. Il risultato, in Umbria, è un calo della produzione del 50 per cento rispetto al 2013, anno ottimo, che aveva fatto registrare un raccolto da record.

Ne abbiamo parlato con Vincenzo Panettieri, presidente dell'Associazione produttori apistici umbri (Apau). “In Umbria si contano circa 1.300 apicoltori, e solitamente durante una buona stagione si produce circa 20 chili di miele per alveare. Nella nostra regione si contano più o meno 30mila alveari, lo scorso anno abbiamo avuto una produzione record con circa 600 tonnellate. Quest’anno, però, la situazione è molto problematica visti i danni del maltempo. Il miele monofloreale (quello prodotto prevalentemente dal nettare di un’unica specie come acacia, castagno, eucalipto, agrumi, girasole) è pochissimo”. Il presidente Panettieri traccia una mappa delle zone più colpite dal maltempo, che riportano conseguenze maggiori sulla produzione di miele.

“E’ un raccolto a macchia di leopardo. Le zone più colpite sono quelle a nord della valle umbra e la media valle, nei territori di Foligno, Spoleto e Nocera umbra. Ma è tutt’altro che rosea la situazione anche a Gualdo Tadino, nella parte orientale e montana dell’Umbria”. Il calo è comunque in linea con i dati disastrosi nazionali, che raccontano di una perdita che arriva addirittura al 90% in alcune zone della penisola italiana. Unico dato in leggera ripresa è quello del raccolto dei millefiori. La conseguenza è un possibile aumento dei prezzi sul banco del supermercato, così come impongono le leggi di mercato.

“Ad andare meglio – continua Panettieri – sono le aziende integrate, quelle che alla produzione di miele affiancano altre produzioni agricole. Per gli apicoltori, in ogni caso, non sono al momento previsti aiuti economici, sovvenzioni o contributi per far fronte alle calamità naturali”. Eppure, il settore dell’apicoltura in Umbria non è ‘addormentato’. Tutt’altro. “Negli ultimi anni si assiste a un ricambio generazionale nel mestiere, ci sono giovani apicoltori che puntano su questo settore – spiega il presidente dell’Apau Umbria – perché  l’apicoltura è un’attività agricola che richiede meno investimenti iniziali rispetto ad altre forme di produzione”.

Il maltempo, però, non è il solo colpevole del calo di produzione. Occorre parlare anche di patologie che colpiscono gli alveari, provocando la morìa delle api. Una tra le più letali è la “varroasi”, causata dalla varroa, un acaro parassita che attacca gli insetti. “Il problema più importante da risolvere – spiega ancora Panetteri – è quello dei pesticidi, che spesso se male adoperati dagli agricoltori, uccidono le api. Stiamo cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni perché siano più attente. Soprattutto chiediamo un controllo a monte sulle sostanze che vengono immesse sul mercato, da parte degli istituti di analisi che autorizzano il commercio di certi prodotti inquinanti, anche a livello europeo”. Insomma, clima a parte, rendere più ecologica la produzione industriale potrà certamente aiutare le api a svolgere le loro funzioni.

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