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Amanita Phalloides, un fungo letale nei boschi dell’Umbria

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Cose Buone dal Bosco, la rubrica di Gabriella Di Massimo – E’ molto comune nei territori regionali, e spesso viene confuso con specie commestibili. Ma ne bastano 50 grammi per morire

di Gabriella Di Massimo – Agronomo, ricercatrice a contratto presso il CNR

Continuiamo la nostra attività di divulgazione descrivendo in modo dettagliato Amanita phalloides, specie letale, responsabile della maggior parte delle morti per ingestione da funghi e molto comune nei boschi umbri. E’ spesso confusa con specie commestibili con cappello verde (alcune russule per esempio) per cui invitiamo a osservare tutti i particolari delle specie raccolte e a non fidarvi mai del colpo d’occhio.

confronto tra ovolo chiuso di A. phalloides e A. caesareaNegli stadi giovanili l’Amanita è avvolta dal un velo generale bianco, in questa fase è molto pericolosa: può essere confusa con gli ovoli di Amanita caesarea o con specie del genere Lycoperdon (vesce). L’adulto ha un cappello da 5 a 15 cm, ovoidale, emisferico da giovane poi campanulato, fino a piano convesso. Il colore varia da verde oliva a giallo limone, generalmente verde con tonalità giallastre molto variabili, bianco nella A. phalloides var. alba.

La cuticola è liscia e brillante se asciutta, vischiosa con l’umidità, ed è percorsa da evidenti fibrille radiali nerastre innate, più fitte al centro del cappello. Possono essere presenti residui del velo generale sotto forma di placche asportabili. Le lamelle sono bianche con tenui riflessi verdognoli, fitte e libere. Il gambo è cilindrico, attenuato in alto, slanciato, bulboso, decorato da bande sericee irregolari, bianco, giallino, verdastre, che assumono la forma a pelle di serpente.

Amanita phalloidesL’anello è a gonnellino non molto persistente, membranoso, bianco giallognolo, striato nella parte superiore. La volva è bianca alla base, ampia, membranosa, sacciforme. La carne è bianca, l’odore è quasi nullo negli esemplari giovani e freschi, poi diventa fetido, cadaverico. E’ una specie etomicorrizica, molto comune nei boschi umbri, frequente nelle latifoglie (querce, castagni e noccioli), più rara nelle conifere. Cresce in estate e autunno, soprattutto in boschi umidi a bassa e media altitudine.

Principi attivi responsabili dell’avvelenamento

Amatossine: sono sostanze resistenti all’acidità dei succhi gastrici, all’ebollizione, all’essiccamento.

Cinetica e sintomatologia

Prima fase (dopo 8 – 15 ore): peso gastrico, vomito incoercibile, violenti dolori addominali, diarrea coleriforme con scariche ogni 20 – 30 minuti. Vomito e diarrea causano perdite di liquidi e, quindi, gravi squilibri idro-elettrolitici, ed emoconcentrazione. Fino a qualche anno fa queste erano le principali cause di morte, l’introduzione della reidratazione forzata permette di superare questa fase.

Seconda fase: Insufficienza epatica dovuta all’azione tossica delle amanitine che determinano la necrosi delle cellule del fegato. Si determinano coma epatico per accumulo di ammonio ed emorragie gravi e diffuse per caduta dei fattori di coaugulazione.

A. phalloides giovaneLa dose letale di amanita fresca per un uomo adulto di peso medio (70 Kg) è pari a 50 grammi, per un bambino con peso inferiore a 30K. è di 20 grammi.

Prognosi

Prima dell’indroduzione della reidratazione forzata la mortalità era tra il 50 % e il 90%. Attualmente la mortalità e del 2 – 3% in Italia, del 15% a livello internazionale.

Terapia

Sempre ospedaliera e il più precoce possibile, spesso è necessario il trapianto del fegato.

Foto di: Nicolò Oppicelli e Marco Bianchi

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