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Consumi, i consigli per ridurre l’impatto ambientale

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Aumento della popolazione e ricorso all’agricoltura intensiva dovrebbero orientare la produzione su modelli più sostenibili. Ma anche il comportamento d’acquisto ha un ruolo determinante. 

di Davide Passamonti, Dottore in Economia ambientale

Le scelte alimentari possono contribuire a salvare il pianeta? Se concepiamo la produzione di cibo come un sistema globale in cui soddisfare un nostro bisogno ha un effetto sulla vita delle generazioni future, abbiamo senza dubbio la responsabilità di mettere in discussione buona parte dell’attuale sistema produttivo.

Con l’aumento vertiginoso della popolazione mondiale – dai 2,5 ai 7 miliardi di persone dal Dopoguerra ad oggi e 9 miliardi nel 2050 secondo le previsioni – la FAO stima infatti un incremento del 60% della produzione di cibo per sfamare il pianeta nei prossimi 30 anni. Una sfida che possiamo affrontare solo orientando sempre di più la produzione sul modello sostenibile. Ma quali sono i maggiori impatti causati dal settore agroalimentare nel mondo? Cambiamenti climatici, sfruttamento del suolo e utilizzo di risorse idriche.

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Nello specifico, il principale responsabile del cambiamento climatico è l’aumento della concentrazione di Gas a Effetto serra nell’atmosfera. Il settore agricolo è responsabile del 13% dei gas emessi, una percentuale perfino maggiore di quella causata dal settore dei trasporti. L’erosione del suolo, invece, è dovuta allo sfruttamento dei terreni che, per il 40% della superficie globale ad esclusione di quella coperta dai ghiacci, è destinata ad attività agricole. Un’agricoltura che, se praticata seguendo il modello intensivo, è causa di erosione, acidificazione dei terreni e perdita di biodiversità. Altro fattore da tenere in considerazione, la deforestazione: tra il 2000 e il 2010, infatti, le pratiche agricole hanno causato la perdita netta di foreste di circa 5,2 milioni di km quadrati, un’area che corrisponde a più  della metà dell’intero continente europeo. Infine, il 70% delle risorse idriche globali è destinato all’agricoltura. E’ stato calcolato, per esempio, che per produrre di 1 kg di birra, tra usi diretti e indiretti, sono necessari 300 litri d’acqua. Mille litri per un chilo di latte, 2500 litri per un chilo di riso e, infine, 15mila per 1 chilo di carne di vitello.

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Ma non è tutto. A contribuire all’impoverimento delle risorse è anche lo spreco alimentare. Circa un terzo della produzione mondiale di cibo, infatti, non raggiunge i nostri stomaci. Il cibo che gettiamo ogni anno, oltre a poter sfamare 800 milioni di persone che soffrono di insicurezza alimentare, genera l’8% delle emissioni totali di gas serra (più o meno le stesse del trasporto su strada a livello mondiale).  

Come può ogni consumatore fare la sua parte per contrastare gli effetti negativi di una produzione non sostenibile? L’arma più efficace è sicuramente la scelta di acquisto. Un consiglio è prediligere ad esempio il più possibile i prodotti locali: in questo modo, oltre ad avere sempre a disposizione alimenti freschi, si contribuisce a rinforzare l’economia interna riducendo al tempo stesso le emissioni derivanti dal trasporto delle merci. Preferire inoltre frutta e verdura di stagione che, oltre ad essere generalmente più saporite, hanno minore impatto sull’ambiente: la produzione in serra, infatti, impiega molte più risorse rispetto a quella in campo (il pomodoro di serra ha bisogno di un quantitativo di energia 60 volte superiore rispetto a quello di campo). Altra buona pratica è l’acquisto di generi con pochi imballaggi o, quando possibile, con packaging riciclabili, come nel caso dell’acqua in vetro. Infine, acquistare prodotti biologici. E, ovviamente, ridurre gli sprechi attraverso una spesa moderata, il più possibile calibrata sulle necessità quotidiane reali.

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