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Premi Pac latte solo se iscritti al libro genealogico. Pro e contro del decreto che divide gli allevatori

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Scontro sull’abbinamento dei fondi Pac al registro dei capi tenuto dall’Associazione italiana allevatori (Ara in Umbria). Ma quanto costa iscriversi e quali garanzie offre?  

di Emanuela De Pinto

Premi Pac per il settore latte in abbinamento all’iscrizione dei capi nei libri genealogici o nel registro anagrafico delle razze bovine, tenuti dall’Aia (Associazione Italiana allevatori). Lo stabilisce l’ultimo decreto ministeriale sugli aiuti finanziari europei al settore lattiero. Ed è subito scontro: Cia e Confagricoltura nei giorni scorsi hanno presentato ricorso al Tar di Roma contro il ministero delle Politiche agricole e contro l’Aia, convinti che “questa parte del decreto ministeriale potrebbe esporre a rischio il settore, soprattutto nelle aree montane e marginali dove è meno competitivo, ma rilevante per gli aspetti ambientali e socio-economici”.

mucche latte“In un momento in cui il settore lattiero caseario si trova in una fase d’incertezza dettata dalla fine delle quote produttive – si legge nella nota stampa di Cia e Confagricoltura – l’esclusione di una vasta platea di beneficiari dai premi accoppiati della Pac  non può essere tollerata”. Secondo Cia e Confagricoltura, quindi, i provvedimenti attuativi delle disposizioni comunitarie, invece di prospettare un premio per tutti gli allevatori e per le zone marginali, vanno a vantaggio delle sole aziende che fanno riferimento all’Associazione Italiana Allevatori. “Tra l’altro – continuano le due Organizzazioni professionali – l’iscrizione nei libri genealogici o nei registri anagrafici (detenuti entrambi dall’Aia) non è obbligatoria ed è riservata alle vacche da latte di razza pura. Resterebbero quindi escluse, dagli 84,6 milioni di euro stanziati per la zootecnia bovina da latte, tutte le razze ibride”.

Ma qual è la situazione in Umbria e che umori ci sono in merito? Abbiamo sentito Stefano Pignani, direttore Associazione regionale allevatori (Ara Umbria) e Matteo Pennacchi, presidente del Comitato tutela e valorizzazione produttori latte dell’Umbria.

In Umbria è l’Ara che tiene il libro genealogico e la sua iscrizione non è obbligatoria. Lo diventa, però, con questo decreto se si vuole accedere ai premi Pac. Cosa vuol dire registrare i propri animali e quanto costa all’allevatore? “L’iscrizione al libro genealogico – spiega Pignani – è valida ai fini del miglioramento genetico. Controlliamo costantemente tutta una serie di dati (produttività per capo, analisi su grasso, proteine e cellule somatiche del latte). Il costo che l’azienda sostiene dipende dal tipo di controllo. Esiste un monitoraggio più rigido con 11 controlli l’anno su ogni vacca, e costa all’allevatore 17 euro a vacca l’anno. Oppure su può optare per un monitoraggio ridotto, 9 controlli l’anno, ogni 5 settimane, con un costo per l’azienda verso l’Ara di 14,50 euro a vacca l’anno. Un’azienda con 50 capi, ad esempio, spende circa 850 euro l’anno per ottenere un servizio di qualità”.

latteE’ importante dire che l’adesione al libro genealogico non è un fatto di sicurezza alimentare, che deve essere comunque garantita. Il valore aggiunto è soprattutto il fatto di poter individuare i problemi con più facilità perché si monitora la natalità e la mortalità dei capi, l’analisi qualitativa del capo e la storia di ogni bovino. “E’ come se venisse fatto un check up ogni mese. – dice Pignani – Se c’è un animale che produce troppo poco si può intervenire con cure appropriate o magari decidere di vendere. Una bassa quantità di latte prodotto potrebbe essere indice di un problema strutturale. Insomma, il monitoraggio mirato, capo per capo, serve a migliorare nel tempo la produttività aziendale e la qualità del latte. Si selezionano le vacche più sane”.

L’Ara è stata fondata in Umbria nel 1948, e subito dopo il libro genealogico delle razze bovine. “Ad oggi, il 70% delle vacche situate in Umbria sono iscritte al libro genealogico regionale. Grazie a questo lavoro, dal ‘48 ad oggi – continua Pignani – ci sono stati miglioramenti notevoli sulla genealogia degli animali. Basti pensare che in Umbria si producono 84,8 quintali di latte a capo l’anno, contro una media italiana di 86 quintali, e una media della sola Lombardia (a capo della filiera) che arriva a 92 quintali l’anno. Un’ottima prestazione, quindi”.

Investire sul futuro dell’allevamento in Umbria, questa la funzione principale del libro genealogico Ara. Eppure, rimane quel 30% di aziende che hanno scelto di farne a meno e che, se non si iscriveranno a breve, rimarranno fuori dai premi Pac. Per Matteo Pennacchi, presidente del Comitato tutela e valorizzazione produttori latte dell’Umbria, che appoggia il ricorso di Cia e Confagricoltura, suona come “un obbligo ingiusto”.

mucche latte“Con questo nuovo decreto – dice Pennacchi – per ricevere un premio un allevatore deve prima spendere dei soldi che incidono sul 15% dell’aiuto che riceverà dall’Unione Europea”. Una forzatura che non tutti possono permettersi. “Generalmente – continua – tutte le aziende situate in aree marginali non aderiscono ai controlli funzionali e non hanno capi iscritti all’albo. Eppure il latte prodotto subisce gli stessi controlli sanitari ogni anno, dall’Asl e dai caseifici, quindi è ugualmente garantito e sicuro”.

“Sicuramente – spiega ancora Pennacchi – chi investe nell’Aia fa un percorso aziendale di miglioramento delle razze, che però rimane sempre vincolato all’ambiente di produzione. Questo decreto penalizza chi non è iscritto all’Aia, mentre il premio Pac andrebbe dato a chi produce latte, semplicemente. Insomma – conclude – non ci deve essere discriminazione tra produttori di fascia A e fascia B”.

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