Sempre meno coniglio in tavola: così si perdono tradizioni e allevamenti

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In 25 anni dimezzato il numero di conigli allevati in Italia. I produttori: la loro carne è tra le più salutari, tanto potassio e fosforo, poche calorie e basso colesterolo

di Redazione

Non c’è regione in Italia che non abbia una ricetta a base di coniglio, eppure la “fattoria Italia” sta perdendo pezzi importanti con il numero di conigli allevati che è praticamente dimezzato, in calo del 47% negli ultimi 25 anni. E’ quanto emerso dallo studio presentato dalla Coldiretti ad Expo in occasione della giornata del coniglio ad Expo.

Quali sono i motivi di questa ‘rinuncia’? Diversi. Innanzitutto, c’è una sempre più radicata motivazione di tipo etico: i conigli sono spesso considerati animali d’affezione. In merito, c’è già una proposta di legge alla Camera presentata dalla deputata Michela Vittoria Brambilla (Fi) che prevede il divieto di macellazione e la creazione di un’anagrafe obbligatoria. Insomma, dopo cani, gatti, uccelli, tartarughe e pesciolini, il coniglio rivendica un posto nel salotto di casa. Secondo il “Rapporto Italia 2015” dell’Eurispes, il 2,9% delle famiglie italiane ha adottato un coniglio come animale di compagnia: le stime parlano di circa 800 esemplari che hanno abbandonato il cortile della campagna per il focolare domestico.

L’altra motivazione del drastico calo degli allevatori di conigli in Italia è di natura prettamente economica. I compensi riconosciuti agli allevatori non coprono i costi necessari per garantire la qualità del prodotto italiano con il risultato che, secondo le analisi della Coldiretti, il numero di conigli presenti in Italia è passato da 12,3 milioni del 1990 ai 7,2 milioni del 2010, per scendere attorno ai 6,5 milioni nel 2015. La sempre maggiore attenzione all’alimentazione come fattore di prevenzione per il benessere psicofisico dell’uomo, però, sta portando ad una riscoperta e valorizzazione della carne di coniglio da parte di chef e nutrizionisti in tutto il mondo, proprio per le proprietà salutistiche e dietetiche del prodotto. Malgrado il crollo, l’Italia si conferma primo produttore europeo e sfida la Cina nel primato mondiale.

L’allevamento del coniglio in Italia – precisa la Coldiretti – fa parte di una delle tradizioni più consolidate del Paese con un forte presenza di allevamenti familiari che nel passato hanno spesso garantito il fabbisogno alimentare in molte realtà rurali. A scomparire – continua la Coldiretti – sono stati molti piccoli allevamenti destinati al consumo casalingo dove si trasmettevano antiche ricette conservate gelosamente da generazioni,  dal coniglio in salmì a quello alla cacciatora fino a quello all’ischitana, che è diventato addirittura il simbolo culinario dell’isola, ma anche tante specialità territoriali che sono state preparate all’Expo nella giornata dedicata al coniglio.

Oggi sono in molti a mantenere vivo questo patrimonio della cucina italiana, dagli agriturismi ai grandi chef, anche con l’introduzione di elementi di innovazione per renderne più facile il consumo che è stimato attorno ad un chilo per persona l’anno.

Oggi, accanto all’Anci, Associazione nazionale Coniglicultori italiani,  che gestisce le attività istituzionali (Libro Genealogico e Registro Anagrafico) sotto la vigilanza del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, e svolge attività di assistenza tecnica a favore delle aziende cunicole, è nata l’Associazione Coniglio Italiano. Un gruppo di oltre 100 produttori (allevatori, macellatori, mangimisti e altri componenti della filiera) costituito per far riscoprire i valori della carne di coniglio nazionale.

Perché mangiare carne di coniglio fa bene? E’ una carne estremamente magra e poco calorica. Possiede un’ottima percentuale di proteine ad alto valore biologico e parallelamente, una quantità di colesterolo molto bassa. Contiene inoltre potassio, ferro e fosforo in buone quantità, mentre dal punto di vista vitaminico si apprezzano discrete concentrazioni di niacina (vitamina PP).

Non manca la polemica sulla tracciabilità. “Ad oggi – denuncia Moncalvo di Coldiretti – non è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza della carne di coniglio con il rischio che venga spacciata per italiana quella importata (le carni per le quali è obbligatoria l’indicazione dell’origine). L’Italia che è leader europeo nella produzione ha il dovere di lavorare per accelerare il percorso comunitario che ha già portato all’etichettatura obbligatoria degli altri tipi di carne, da quella bovina a quella di pollo”. Su questa strada, la nuova associazione del coniglio italiano si pone tra i gli obiettivi la redazione di un disciplinare volontario per le carni di coniglio e la contestuale proposta di utilizzo di un marchio distintivo ‘coniglio italiano’.

Da segnalare, infine, un appuntamento di settore nella nostra regione. Si svolgerà nell’ambito di Agriumbria (dal 27 al 29 marzo 2015) a Bastia, la Mostra Mercato del Coniglio Riproduttore: la partecipazione è riservata agli allevatori iscritti al registro anagrafico.  

FOCUS CARNE: SE IL PROSCIUTTO MADE IN ITALY VIENE DALL’ESTERO

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1 Comment

  1. Marco says

    Ma non è vero che il coniglio è considerato sempre più un animale da compagnia. Il 2,9 % del rapporto Eurispes non indica il 2,9 % delle famiglie italiane, bensì il 2,9 % delle famiglie che hanno animali domestici, quindi una percentuale ancor minore. In Italia quasi nessuno ha un coniglio come animale domestico, mentre il consumo della sua carne è diffusissimo ed in crescita (ora forse stabilizzato): si è passati da 1,2 kg pro capite nel 1960, a 1,9 kg nel 1970, 3,6 nel 1980, 4 nel 1990, 4,4 ne 2000 e 4,4 nel 2010, ed è la quarta carne più consumata dagli italiani (dopo bovino, suino e pollo). Il problema è l’invasione di conigli francesi e spagnoli a prezzi stracciati.

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