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Accordo Ceta, libero scambio Ue-Canada: le ragioni del sì e del no

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Oggi a Montecitorio mobilitazione di Coldiretti per affermare la contrarietà al trattato. Cia e Confagricoltura appoggiano invece le nuove regole. Ma quali sono i motivi dell’uno e dell’altro? Proviamo a fare chiarezza.

di Redazione

E’ già stato battezzato l’accordo della discordia. Parliamo del Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement), un trattato di libero scambio tra Canada e Unione Europea, oggi in fase di discussione in Parlamento italiano, dopo aver ottenuto l’approvazione all’unanimità in sede europea. Le associazioni di categoria sono divise: da un lato Coldiretti – sostenuto anche da Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food International, Federconsumatori, Acli Terra e Fair Watch – che ha indetto per oggi, 5 luglio, una grande mobilitazione  di protesta denominata #stopCeta, a Montecitorio, dove è in corso la discussione per la ratifica del trattato, e dall’altro Confagricoltura e Cia, che invece guardano di buon occhio l’accordo commerciale ed economico. In questo articolo cerchiamo di spiegare le ragioni dell’uno e dell’altro. Partiamo col dire che secondo la Commissione europea il Ceta aumenterà del 23%  lo scambio di merci e servizi tra Ue e Canada e il Pil dell’Ue beneficerà di circa 12 miliardi di euro l’anno. Un accordo, quindi, che abbatterà il 99% circa delle tariffe nel commercio Ue-Canada permettendo un maggiore accesso al mercato delle imprese di ambedue i territori. Un bene quindi? Dipende.

La questione Prodotti tipici e Italian Sounding

Secondo Coldiretti, per la prima volta nella storia l’Unione Europea legittima in un trattato internazionale la pirateria alimentare a danno dei prodotti Made in Italy più prestigiosi. Di fatto il trattato dà il via libera all’uso di libere traduzioni dei nomi dei prodotti tricolori (un esempio è il Parmesan) mentre per alcuni prodotti (Asiago, Fontina e Gorgonzola) è consentito in Canada l’uso degli stessi termini accompagnato con “genere”, “tipo”, “stile”, e da una indicazione visibile e leggibile dell’origine del prodotto. Ma se sono stati immessi sul mercato prima del 18/10/2013 possono essere addirittura commercializzati senza alcuna indicazione. In sostanza si potrà continuare a produrre e vendere prosciutti ‘di Parma’ canadesi in coesistenza con quello Dop ma anche “Daniele Prosciutto” locale. È anche riconosciuta la possibilità di utilizzare parti di una denominazione di una varietà vegetale o di una razza animale (come ad esempio la chianina). Il Ceta, inoltre, secondo Albano Agabiti (presidente Coldiretti Umbria), spalanca anche le porte all’invasione di grano duro e a ingenti quantitativi di carne a dazio zero.

A vedere il bicchiere mezzo pieno è invece la Cia Confederazione Italiana Agricoltori, che sottolinea come con il Ceta 41 prodotti Dop e Igp Made in Italy saranno protetti dalle imitazioni e 32mila tonnellate di formaggi europei saranno esportati in Canada a dazio zero. C’è però da dire che 41 rimane un numero piuttosto esiguo, considerando che il totale delle indicazioni geografiche  italiane è di ben 811 prodotti. E chi è rimasto fuori non avrà la possibilità di entrarvi in un secondo momento, in quanto verranno inseriti nell’elenco solo nuovi prodotti Ig.

Per Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti, “la presunzione canadese di chiamare con lo stesso nome alimenti del tutto diversi è inaccettabile perché si tratta di una concorrenza sleale che danneggia i produttori e inganna i consumatori”, inoltre “si rischia di avere un effetto valanga sui mercati internazionali dove invece l’Italia e l’Unione Europea hanno il dovere di difendere i prodotti che sono l’espressione di una identità territoriale non riproducibile altrove, realizzati sulla base di specifici disciplinari di produzione e sotto un rigido sistema di controllo”.

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Per Cia, invece, il solo fatto che nel capitolo del trattato relativo alla proprietà intellettuale, sia stato inserito il riconoscimento di una lista di indicazioni geografiche, seppure limitata, rappresenta un principio innovativo, rispetto all’approccio tradizionale del mercato internazionale, che potrà garantire standard di tutela delle produzioni di qualità maggiori rispetto allo status attuale.

Il principio di precauzione (sicurezza e salute)

Nel Ceta, sottolinea Coldiretti, manca il riferimento alla portata vincolante del principio di precauzione che, in Europa, impone una condotta cautelativa nelle decisioni che riguardano questioni scientificamente controverse circa i possibili impatti sulla salute o sull’ambiente. L’accordo prevede, al contrario, l’applicazione del principio di equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie tra le parti, consentendo di ottenere il mutuo riconoscimento di un prodotto (e, quindi, di evitare nuovi controlli nel paese in cui verrà venduto), dimostrandone l’equivalenza con quelli commercializzati dalla controparte. Il problema è che in Canada viene utilizzato un numero rilevante di sostanze attive vietate nella Ue; gran parte di queste sono molecole risalenti agli anni ’70 vietate nell’Unione da circa 20 anni, tra cui l’Acefato, il Carbaryl, il Carbendazim, il Fenbutatin oxide, il Paraquat l’Acido solforico per i quali, oltre all’elevata tossicità riscontrata, sono comprovati, o comunque non sono esclusi, effetti neurotossici, cancerogeni, sulla mutagenesi, sulla riproduzione e, più in generale, sugli ecosistemi. Analogamente nel paese nordamericano – ricorda Coldiretti – vi è un diffuso impiego di Ogm nei campi e di ormoni negli allevamenti che sono anch’essi vietati in Italia, al pari dell’utilizzo di antibiotici in agricoltura.

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Il grano importato

Per quanto riguarda poi le importazioni del grano, uno dei temi che sta creando più allarmismi in questi giorni, “vorremmo in primo luogo precisare – chiarisce Giorgio Mercuri, a nome di Agrinsieme, il coordinamento composto dall’Alleanza delle cooperative agroalimentari e dalle organizzazioni professionali Cia, Confagricoltura, Copagri – che i dazi alle importazioni di grano duro dal Canada sono stati eliminati molti anni fa. L’entrata in vigore del trattato non muta di fatto nulla rispetto alle condizioni di ingresso di tale commodity nel nostro paese. È evidente che, sia per le importazioni di grano come di tutti gli altri prodotti agroalimentari provenienti dal Canada, siamo sicuri che verrà prestata la massima attenzione da parte degli organi di controllo proposti dallo Stato, al rispetto degli standard qualitativi e dei processi di lavorazione al fine di garantire la massima reciprocità. Non abbiamo motivi di pensare che le nostre istituzioni non mantengano quale obiettivo imprescindibile la salvaguardia delle produzioni agricole e agroalimentari made in Italy”.

Il mercato del vino

Sempre secondo Agrinsieme, analizzando i singoli comparti, va sottolineato che per il vino italiano presente sul mercato canadese al pari di quello francese e quello americano, è prevista l’eliminazione completa delle tariffe, la tutela di tutte le nostre denominazioni e un generale miglioramento delle attuali condizioni esistenti. Un sicuro vantaggio per le tante aziende vitivinicole italiane.

Un volano per l’export

Agrinsieme, in posizione nettamente contraria a quella di Coldiretti, auspica la ratifica del trattato in tempi brevi. Una motivazione su tutte: con il Ceta saranno rimosse importanti barriere commerciali che, ad oggi, penalizzano le esportazioni europee, anche quelle relative ai prodotti alcolici e ai vini. Saranno ridotte ed eliminate le tariffe sulle esportazioni di importanti prodotti agroalimentari europei a base di cereali come pasta e biscotti, ma anche i preparati di frutta e verdura. Un incentivo per le nostre imprese italiane, che diventeranno più competitive e avranno maggiore potenziale di investimento. L’accordo, per Agrinsieme, conferma ed enfatizza il principio di liberalizzazione del commercio internazionale mediante l’eliminazione reciproca dei dazi doganali su quasi tutte le merci. Anche Confagricoltura parla in una nota stampa di accordi commerciali da considerarsi positivi, sottolineando come le frontiere non devono essere intese come muri, ma come luoghi di scambio.

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