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Accordo sul prezzo del latte. Nuove speranze anche per l’Umbria

Accordo sul prezzo del latte. Nuove speranze anche per l’Umbria

Prezzo minimo garantito del latte alla stalla pari a 37 centesimi a gennaio, 38 a febbraio, e fino a 39 centesimi entro aprile. Ma si farà riferimento al prezzo mensile dei 28 Paesi europei e al prezzo medio del Grana Padano.

di Matteo Pennacchi – Presidente Confagricoltura Umbria Sezione Latte e Portavoce Comitato per la tutela e valorizzazione produttori latte Umbria

È di pochi giorni fa la notizia che è stato siglato un accordo in Lombardia sul prezzo del latte che darebbe, nei prossimi mesi, un po’ di ossigeno al settore zootecnico. Tale documento è stato stipulato tra le organizzazioni agricole di categoria ed Itallatte SpA – Gruppo Lactalis, l’azienda che, per intendersi, racchiude al suo interno Parmalat, Galbani ed Invernizzi, solo per nominare le più blasonate e che è il primo gruppo lattiero-caseario mondiale, terzo al mondo in termini di raccolta latte con 16 miliardi di euro di fatturato nel 2013 (di cui il 26% in Francia), 61.000 dipendenti nel mondo in 70 Paesi, 14,6 miliardi di litri di latte trasformati ogni anno, 200 siti industriali in 37 Paesi, 24 formaggi Dop tra Italia e Francia.

L’accordo prevede un prezzo minimo garantito del latte alla stalla pari a 37 centesimi per il mese di gennaio, 38 per febbraio e 39 per marzo ed aprile, oltre ad inserire un coefficiente di indicizzazione del prezzo stesso basato per il 70% sulle variazioni del prezzo mensile dei 28 Paesi europei (Ue28) e per il 30% sulla variazione del prezzo medio mensile del Grana Padano 9 mesi quotato sulla Camera di Commercio di Milano.

Facciamo un esempio per cercare di chiarire:

  • se il prezzo medio mensile del Grana Padano da 6,82 Euro/Kg passa nel mese successivo a 7,20 Euro/Kg si avrà un aumento del 5,57% del quale si dovrà considerare il 30%, cioè 1,67%;
  • se il prezzo medio mensile europeo UE28 da 32 Cent/Kg passa a 31,5 Cent/Kg si avrà una diminuzione del -1,56% del quale si dovrà considerare il 70%, cioè -1,09%;
  • sommando i due valori ottenuti si avrà una variazione complessiva di 0,57% (1,67% – 1,09% = 0,57%) che dovrà essere applicata al prezzo ultimo pagato per determinarne la variazione;
  • se l’ultimo prezzo pagato è stato di 37 Cent/Lt si dovrà aggiungere a tale prezzo la variazione di 0,57%, pari a 0,21 cent. (37 cent. x 0,57% = 0,21 cent.);

Sulla scorta di quanto sopra si avrà che il prezzo del latte, per il mese successivo, sarà pari a 37,21 Cent/Lt.

Tale aumento di prezzo è dovuto alla grande richiesta di latte nazionale a fronte di un minor numero di aziende produttrici. Infatti negli ultimi anni, a causa di un prezzo del latte alla stalla insufficiente a coprire le spese di produzione, molte aziende hanno dovuto chiudere i battenti.

Volendo muovere un appunto al metodo di indicizzazione del prezzo del latte si potrebbe mettere in evidenza il fatto che il costo di produzione dello stesso in alcuni dei 28 Paesi UE (quali, ad esempio, Francia, Germania e Paesi dell’Est Europa) è di gran lunga inferiore a quello italiano, garantendo ai produttori di quei Paesi una marginalità impossibile da ottenere in Italia.

D’altra parte c’è una speranza per i produttori italiani di latte legata al fatto che dal gennaio 2017 sarà obbligatoria l’indicazione del Paese di provenienza del latte, sia sulle confezioni dello stesso che su quelle dei suoi derivati; ciò comporterà che le grandi industrie, per poter fregiarsi del marchio “prodotto con latte italiano” saranno costrette ad acquistare il prodotto nazionale con conseguente, si spera, aumento ulteriore del prezzo alla stalla.

Che i ruoli tra industria ed allevatori vadano a riequilibrarsi? Le grandi industrie hanno bisogno di latte italiano che, come detto precedentemente, viene prodotto in minor misura rispetto a qualche anno fa: ergo, se vuoi latte italiano devi pagarlo un po’ di più. D’altra parte quel plus lo vale tutto, visto che nel nostro Paese gli attenti e numerosi controlli da parte delle autorità competenti ne garantiscono la qualità. Inoltre, ai lavoratori del settore sono garantite condizioni di vita e di lavoro migliori rispetto ai loro omologhi di altri Paesi.

La situazione dell’Umbria poi richiede un’ulteriore attenzione: vista la ridotta dimensione media delle aziende rispetto a quelle del nord Italia ed i maggiori costi di produzione dei foraggi, ci si augura che a breve si possa tornare agli “antichi sfarzi”, quando il prezzo del latte aveva come riferimento quello della Lombardia con l’aggiunta di un paio di centesimi/litro; questo permetterebbe alle aziende di programmare investimenti per l’ammodernamento ed il miglioramento delle attività.

Speriamo che questo primo passo rappresenti l’inizio di una rinascita per un settore da troppo tempo in crisi: la strada da percorrere per il raggiungimento di una congrua remunerazione del latte alla stalla è ancora lunga. Ma si sa, i chilometri sono fatti di millimetri.

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