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Nuova legge sul tartufo. L’uso degli aromi e la questione fiscale /Parte3

Nuova legge sul tartufo. L’uso degli aromi e la questione fiscale /Parte3

Cose Buone dal Bosco, la rubrica di Gabriella Di Massimo – I nodi da sciogliere: l’uso del bismetiltiometano per imitare il profumo del prezioso ‘bianco‘, e l’emissione di autofattura e ricevuta per acquirente e venditore. 

di Gabriella Di Massimo – Agronomo, direttore scientifico dell’Associazione Tartufai Italiani

Leggi la Parte1- Nuova legge sul tartufo: tracciabilità e verifica. Le proposte dell’Associazione Tartufai Italiani

Tutelare i consumatori

TARTUFO BIANCO2La L.Q. dell’85 dedica gli articoli 7, 8, 9,10,11, 12, 13 alla lavorazione, conservazione e vendita dei tartufi. I contenuti di questi articoli sono superati dalle normative vigenti e devono essere riformulati conformemente alle direttive europee.

Un argomento molto dibattuto a proposito dei prodotti trasformati è l’uso degli aromi, partendo dal principio che la sterilizzazione al calore abbatte il naturale profumo anche nei carpofori confezionati interi, e che le percentuali di tartufo presenti nelle salse e affini, è molto basso (anche 3%). Da sempre è invalso l’uso del bismetiltiometano, un mercaptale che richiama il profumo di T. magnatum Pico. Solo di recente alcune industrie hanno introdotto aromi naturali più gradevoli, ma comunque simili all’odore del bismetiltiometano. La definizione e l’uso degli aromi, sia di sintesi sia naturali, sono stabiliti dal Regolamento (CE) N. 1334/2008 che all’Art. 7 recita: “L’utilizzo degli aromi non deve indurre in errore i consumatori”. In realtà gli aromi sia di sintesi sia naturali sono una pallida imitazione del profumo di T. magnatum e nulla hanno a che vedere con quello delle altre specie commercializzabili.

Paradossalmente, il consumatore identifica chiaramente l’aroma di un qualsiasi detersivo o prodotto dell’igiene ma non quello del prodotto che per antonomasia è famoso per il suo profumo. Tutto questo ha generato una confusione nei consumatori che, quando si trovano a consumare ottimi piatti con tartufo fresco per esempio di Tuber aestivum, spesso rimangono perplessi perché nella memoria olfattiva conservano l’odore degli aromi artificiali. Occorre uno sforzo della ricerca biotecnologica per produrre aromi simili a quello delle varie specie di tartufo, oppure individuare linee di conservazione alternative alla sterilizzazione al calore (linea del freddo, essiccazione a basse temperature, liofilizzazione). Personalmente, preferirei fosse incentivato il consumo di tartufo fresco che permette di valorizzare le specie ingiustamente definite minori che hanno aromi e sapori interessanti e prezzi accessibili, come T. aestivum e T. borchii.

LEGGI L’APPROFONDIMENTO: LE DRITTE SUL TARTUFO BIANCO, QUANDO L’AROMA E’ CREATO IN LABORATORIO

Questione fiscale

RICERCA TARTUFILa legge n. 311 del 30 dicembre 2004, con l’art. 109 “Disciplina IVA raccoglitori occasionali tartufi” ha cercato di normare il settore:

“I soggetti che nell’esercizio di impresa si rendono acquirenti di tartufi da raccoglitori dilettanti od occasionali non muniti di partita IVA sono tenuti ad emettere autofattura, i soggetti acquirenti di cui al primo periodo omettono l’indicazione nell’autofattura delle generalità del cedente e sono tenuti a versare all’erario, senza diritto di detrazione, gli importi dell’IVA relativi alle autofatture emesse nei termini di legge”. La cessione di tartufo non obbliga il cedente raccoglitore, dilettante od occasionale, non munito di partita IVA ad alcun obbligo contabile.L’articolo 109 si riferisce solo al raccoglitore dilettante od occasionale ma non cita i raccoglitori professionisti che ricavano dalla raccolta e vendita dei tartufi il reddito principale e gli imprenditori agricoli che, allo stato attuale, sono i maggiori fornitori di prodotto almeno per quanto riguarda il tartufo nero pregiato.

 VAI ALL’ARTICOLO: FISCO E TARTUFO, REGNA IL CAOS

TARTUFAIAQuello che si propone in merito è quanto segue:

Per i raccoglitori dilettanti od occasionali l’emissione di un’autofattura da parte del commerciante acquirente ed emissione di ricevuta da parte del cedente; che sul documento fiscale utilizzato nella cessione del prodotto sia indicato il nominativo del cedente e allegato il certificato di identificazione della specie rilasciato dall’ASL o da un esperto micologo in cui siano indicati: specie luogo e data di raccolta. Per raccoglitori dilettanti od occasionali è prevista una franchigia fiscale di Euro 7.000,00.

Per i raccoglitori professionisti, emissione di regolare fattura di cessione del bene sempre accompagnato dal certificato di identificazione della specie rilasciato dall’ASL o da un esperto micologo in cui siano indicati: specie, luogo e data di raccolta.

Per le aziende agricole produttrici l’adeguamento al regime fiscale adottato.

La documentazione fiscale garantisce la tracciabilità del prodotto e la correttezza tra cedenti e acquirenti. La franchigia di 7.000 euro rispetta la funzione di integrazione del reddito che la raccolta del tartufo ha sempre avuto e non penalizza gli hobbisti.

Leggi la Parte2 – Come tutelare raccoglitori e tartuficoltori

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