Olio, oro verde d’Italia. Produciamo troppo poco, meglio puntare sulle coltivazioni superintensive?

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Nell’ultima stagione abbiamo prodotto 222mila tonnellate di olio e ne abbiamo comprato dai Paesi vicini ben 666mila. Confagricoltura propone nuove soluzioni, valutando pro e contro

di Redazione

L’olio italiano è garanzia di qualità nel mondo. Eppure, da soli non bastiamo al nostro consumo e dobbiamo importare oro verde dagli altri Paesi. Un problema di produttività: nell’ultima stagione (disastrosa per via della mosca olearia a onore del vero) abbiamo prodotto 222mila tonnellate di olio e ne abbiamo comprato dai Paesi vicini ben 666mila. Come intervenire? “Il rilancio dell’olivicoltura nazionale passa attraverso l’innovazione”, così si è espresso il presidente della Confagricoltura Mario Guidi, nel corso dell’incontro che si è svolto di recente a Palazzo della Valle, a Roma, dal titolo “L’olio italiano e le sue qualità. Innovare per competere: un settore a confronto con la modernizzazione”.

La produzione italiana di olio non solo non riesce a soddisfare il fabbisogno interno, ma i nostri costi di produzione sono fra i più alti del mondo e certamente i più alti in assoluto fra i Paesi produttori europei, come dimostrano i dati del COI, il Consiglio Oleicolo Internazionale.

“La struttura orografica del nostro territorio, la parcellizzazione delle nostre aziende e la difesa della nostra tradizione produttiva vanno certamente tenute in conto nella valutazione delle variabili che hanno condotto a questa situazione – ha sottolineato Guidi – ma occorre interrogarsi anche se non si siano sufficientemente valutate le opportunità che potevano derivare dall’innovazione e dalla modernizzazione per sostenere il settore”. La soluzione al problema della bassa produttività del sistema produttivo olivicolo italiano, secondo Confagricoltura, potrebbe essere la tecnica di coltivazione cosiddetta superintensiva.

“Siamo certi che nel superintensivo ci siano delle opportunità – ha detto il presidente della Federazione nazionale olivicola Donato Rossi – ma occorre trovare la modalità produttiva più idonea al nostro modello. I processi innovativi devono essere sviluppati nel rispetto della nostra tradizione, delle caratteristiche orografiche e strutturali della nostra olivicoltura, valorizzando il ruolo delle organizzazioni di prodotto e delle reti di impresa per il superamento della parcellizzazione”.  

Con gli esperti presenti (Pierluigi Silvestri, presidente della Società Cooperativa Agricola Confoliva; Michele Pisante, membro del Consiglio per la Ricerca in agricoltura; Salvatore Camposeo, docente di Scienze agro-ambientali dell’Università degli Studi di Bari; Aleandro Ottanelli, docente di Scienze delle produzioni agroalimentari e dell’ambiente dell’Università di Firenze; Sara Farnetti, specialista in medicina interna, nutrizione funzionale e metabolismo) sono state esaminate le prospettive dell’olivicoltura intensiva e superintensiva e analizzati i punti di forza e di debolezza.

Tra quelli critici, il preferibile utilizzo di varietà non autoctone, che sembrerebbero più idonee a questo tipo di organizzazione dell’oliveto, ma che probabilmente nulla toglierebbe alla qualità del prodotto finale, le cui caratteristiche di eccellenza sono date dalla struttura pedo-climatica e dal know-how dei nostri produttori. Caso diverso per le Dop e le Igp dove occorre privilegiare le varietà autoctone: anche in questo caso alcune sperimentazioni condotte in particolari zone  hanno, comunque, dimostrato che ci sono alcune varietà autoctone adatte alla coltura superintensiva.

Non tutte le aree, però, potrebbero essere adatte a tale tipo di coltura a causa di carenze strutturali e della parcellizzazione delle superfici. A tal proposito, è stata ribadita da Confagricoltura l’importanza del ruolo delle organizzazioni di produttori e delle reti di impresa che potrebbero aggregare aziende, anche piccole, ma interessate. Ed occorre certamente pensare anche a strutture di trasformazione, con specifico riferimento ai frantoi,  in grado di accogliere le quantità che ogni giorno occorrerebbe frangere per una adeguata gestione dell’oliveto superintensivo.

Il superintensivo, infine, secondo quanto emerso dal convegno, non danneggia le caratteristiche organolettiche e nutrizionali dell’olio extravergine d’oliva, come ha dimostrato anche la degustazione finale comparata tra oli ottenuti con metodi di produzione diversi. Sempre Rossi, si è dunque espresso favorevolmente sull’ampliamento dei fondi destinati al Piano Olivicolo Nazionale, ma ha rinnovato l’invito a non disperdere le risorse, destinandole per la maggior parte alle misure per incrementare la produttività.

Tabella 1 Bilancio olio Italia  campagna 2014/2015 (fonte: COI)

  Italia
   
Produzione 222.000 ton
Import 666.000 ton
Consumo 553.000 ton
Esportazioni 225.000 ton

Nella scorsa campagna abbiamo prodotto poi il 50% in meno rispetto alla precedente, per i problemi dovuti alla mosca olearia, motivo per cui anche le nostre importazioni hanno raggiunto valori record mai toccati negli ultimi anni.

Tabella 2 Costi di produzione  per kg di olio nei principali Paesi produttori (fonte COI)

Costo Media ponderata eur/kg
Mondo 2.57
Spagna 2.75
Italia 3.95
   
Marocco 1.91
Tunisia 1.70

 

Sistema di coltivazione Costo Kg olio
Tradizionale non irrigato con pendenza >20% 3.20
Tradizionale irrigato con pendenza >20% 2.92
Tradizionale non irrigato con pendenza moderata <20% 2.66
Tradizionale irrigato con pendenza moderata <20% 2.55
Intensivo non irrigato 3.04
Intensivo irrigato 2.43
Superintensivo irrigato 2.04

 

Tabella 4. Il superintensivo in Italia

Superficie investita con oliveti superintensivi  Circa 1400 ha
Numero piante per Ha 1.600/2.000
Resa in Q/ha 80/120
Ore impiegate per la potatura 12
Ore impiegate per la raccolta 1
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