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Pane nero al carbone vegetale, un colorante alla moda o vero beneficio?

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Il Ministero della Salute chiarisce: in etichetta effetti positivi solo oltre certe quantità e in precisi modi di somministrazione. Ecco quali.

di Redazione

Pane, focacce, pizzette e cornetti neri: impazza sempre più la moda del carbone vegetale. Sostanza polivalente impiegata nei prodotti alimentari, è uno degli ingredienti di maggior tendenza per la preparazione degli impasti dei prodotti da forno che, in alcuni casi, può contribuire a migliorare la digestione. Per questo, non esiste ormai esercizio commerciale di ristorazione senza il panino “total black”. Ma è proprio vero che ha effetti benefici sulla salute o è solo una tendenza?

Il Ministero della Salute ha fatto chiarezza, il 22 dicembre scorso ha inviato una nota agli assessorati alla Sanità delle Regioni e Province autonome per cercare di frenare l’abitudine di mettere in etichetta i benefici del carbone vegetale, senza troppe specificazioni. Sbagliato, o meglio, fuorilegge. In effetti, la moda del ‘black bread’ nasce da un bisogno sempre più comune: rendere il pane più digeribile ed evitare il senso di pesantezza. Il carbone vegetale, infatti, aiuta a ridurre il gonfiore addominale e facilita il processo di digestione. Ma funziona sempre?

Cominciamo col dire che, quasi sempre, il carbone vegetale nei prodotti da forno viene semplicemente usato come colorante naturale (E153) per dare un tocco di originalità ai cornetti e alle stuzzicherie dell’aperitivo sfizioso. Per poter vantare i suoi benefici in etichetta la questione si gioca tutta sulle dosi e sui tempi di somministrazione.

Più precisamente, è il Regolamento Ue n. 432/2012 che disegna i limiti entro cui muoversi. Se l’impiego del carbone attivo negli alimenti è motivato per il suo effetto benefico sulla salute, vale a dire “la riduzione dell’eccessiva flatulenza post-prandiale”, come dice la stessa legge, “questa indicazione può essere impiegata solo per un alimento che contiene 1 grammo di carbone attivo per porzione quantificata. L’indicazione va accompagnata dall’informazione al consumatore che l’effetto benefico si ottiene con l’assunzione di 1g almeno 30 minuti prima del pasto e di 1g subito dopo il pasto”. Cambia molto, vero?

E c’è di più. Nei chiarimenti del Ministero della Salute del 22 dicembre 2015 si legge:

  1. è ammissibile la produzione di un “prodotto della panetteria fine” denominato come tale, che aggiunga agli ingredienti base (acqua, lievito e farina), tra gli altri, anche il carbone vegetale come additivo colorante e nelle quantità ammesse dalla regolamentazione europea in materia (Reg. CE 1333/08 All. II Parte E)
  2. non è ammissibile denominare come “pane” il prodotto di cui al punto 1, né fare riferimento al “pane” nella etichettatura, presentazione e pubblicità dello stesso, tanto nel caso in cui trattasi di prodotto preconfezionato quanto nel caso di prodotti sfusi (Articolo 18, Legge 580/67)
  3. non è ammissibile aggiungere nella etichettatura, presentazione o pubblicità del prodotto alcuna informazione che faccia riferimento agli effetti benefici del carbone vegetale per l’organismo umano, stante il chiaro impiego dello stesso esclusivamente quale additivo colorante.

Insomma, a conti fatti il pane nero non potrebbe neanche essere definito “pane”. E se proprio piace, accertiamoci che in etichetta sia chiara la quantità del carbone vegetale contenuta nel prodotto per avere davvero certi benefici. Diversamente, rimane solo una moda alimentare.

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