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Sagre d’estate, in Umbria è ancora caos sul ‘bollino di qualità’

Sagre d’estate, in Umbria è ancora caos sul ‘bollino di qualità’

Sette italiani su 10 scelgono di mangiare nelle feste di paese. Confcommercio: "Nella nostra regione aggirata la nuova legge"

di Redazione

L’estate delle abbuffate all’aperto, per gustare i prodotti più tipici delle tradizioni locali. Cibo nelle feste di paese: sempre più una tendenza. Sono 7 su 10 gli italiani che quest’anno hanno scelto di mangiare in una sagra nel periodo estivo lungo tutta la Penisola. E’ quanto emerge da un’analisi Ixe’ per Coldiretti, che evidenzia il crescente apprezzamento degli italiani per la soluzione “alternativa” al ristorante all’aperto, sia nelle località turistiche che in quelle interne meno battute.

Riscoperta di un rapporto più diretto con la cultura e le tradizioni locali o soluzione salva-portafogli? Secondo l’associazione degli agricoltori, entrambe le cose, anche se per Ixe’ il giro d’affari è da ritenersi piuttosto modesto: "Il 13% dei frequentatori non spende niente, il 51% non più di dieci euro a persona e il 31% tra i 10 e i 30 euro a persona, mentre gli altri non rispondono".

Insomma, una generica tendenza positiva che però, viene sottolineato, andrebbe spesso accompagnata da una maggiore qualificazione dell’offerta, purtroppo non sempre all’altezza della crescente richiesta di qualità da parte dei consumatori. Per questo, a inizio 2015, il Consiglio regionale dell’Umbria ha approvato una legge per regolare le oltre 600 manifestazioni popolari che  si svolgono attualmente nella regione, promuovendo il cosiddetto "bollino di qualità" per le manifestazioni che rispettano determinati requisiti. Una norma, approvata dopo un travagliato iter legislativo, fortemente voluta da Confcommercio allo scopo di salvaguardare i ristoranti, penalizzati dalla concorrenza estiva  di manifestazioni enogastronomiche che non hanno particolari obblighi per l'esercizio.

Tuttavia, è stata proprio l’associazione dei commercianti che, a inizio agosto, ha tratteggiato un bilancio critico sull’applicazione della legge in Umbria, sostenendo che troppi comuni non si sono adeguati alla normativa o hanno trovato il modo di aggirarla. Con la nuova legge, infatti, viene introdotta la distinzione tra sagre e feste popolari, secondo cui le prime hanno come finalità la valorizzazione del territorio mediante l’utilizzo e la somministrazione di prodotti enogastronomici che ne siano espressione, le seconde hanno finalità culturali, storiche, politiche, religiose, sportive o di volontariato, e non possono contenere nella denominazione riferimenti espliciti a prodotti alimentari. Secondo questi principi, ha sottolineato Confcommercio, "tanti comuni hanno usato l’escamotage di ampliare a dismisura, rispetto a  quello definito dalla Regione, l’elenco dei prodotti tipici locali e delle preparazioni e lavorazioni caratterizzanti per continuare a definirsi sagra. Un ampliamento così a maglie larghe e generico da far ragionevolmente sospettare che l’elenco stesso sia costruito semplicemente sulla base di una ricognizione delle sagre esistenti nel proprio territorio al solo fine di legittimarle". Ecco allora che insalata verde, macedonia e stinco di maiale passano ancora per "prodotti tipici". Come dire: fatta la legge, cucinato l’inganno.

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