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Attacchi fungini e marcescenze: annus horribilis per l’olio umbro

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Verde Oro, la rubrica di Angela Canale – Raccolto salvo solo per chi ha preservato e curato le piante in modo adeguato

di Angela Canale – Agronomo

È scattata l’ora decisiva, quella dell’apertura dei frantoi. Per molti, direi la stragrande maggioranza, è stata una brutta sorpresa accorgersi che un ospite indesiderato ha preso in gestione le olive: la mosca olearia. L’olivo, quando si vuole considerare veramente produttivo, è una pianta che va gestita con tutte le pratiche colturali a disposizione: potatura, concimazione, irrigazione, trattamenti e cura del terreno. Purtroppo, molti lasciano tutto al caso, un po’ come per il tempo, di cui ci si lamenta subendolo.

Dopo un inverno essenzialmente caldo – mai con le temperature sotto lo zero che avrebbero potuto uccidere forme svernanti di parassiti nocivi – e con piogge abbondanti, abbiamo avuto la sensazione di un clima tropicale, piuttosto che mediterraneo. La stessa sensazione l’hanno percepita gli insetti e le forme fungine che hanno attaccano le piante. Anche la pianta di olivo, pur avendo una grande adattabilità e rusticità, non è riuscita a portare a termine il suo ciclo produttivo. Dopo un anno di carica, per il fenomeno dell’alternanza, anche la fioritura è stata scarsa. La troppa umidità dell’aria non ha permesso l’impollinazione incrociata, impedendo alle microspore di volare liberamente da un fiore all’altro. Condizione necessaria, vista soprattutto la presenza di varietà autosterili.

Le poche olive sono state così aggredite, già a partire dal mese di luglio, dalla “bactrocera oleae” (la mosca dell’olivo) che non si è accontentata di attaccare una sola volta soltanto le drupe (i frutti), così come avviene di solito, ma lo ha fatto fino a 5 o 6 volte. La mosca, normalmente, marca i frutti con ormoni sessuali dopo la deposizione, per scacciare altri esemplari che vengono così invogliati a deporre l’uovo altrove. I pochi frutti e le tante generazioni di mosca che si sono susseguite in tutta la stagione estiva-autunnale hanno determinato una trivellazione spinta delle olive, subendo attacchi fungini di lebbra e marcescenze.

In questo disastro, tra gli agricoltori, ha salvato il raccolto solo chi non è rimasto a guardare (magari avvalendosi di tecnici esperti). Attraverso trattamenti fitosanitari fatti al momento giusto, monitorando i frutti e le trappole a ormoni, alcuni sono riusciti a contenere le infezioni, ottenendo oggi un buon prodotto. Chi non è mai sceso nel proprio oliveto e non ha nemmeno guardato le olive, ora si è trovato di fronte frutti dalla polpa marcescente invasa dalle larve. Tra questi, c’è chi ha ottenuto oli di colore quasi marrone, estremamente difettati e con un’acidità che supera i limiti consentiti per un olio extravergine.

Da un po’ che le stagioni stanno cambiando, ma questa è stata davvero anomala. Faremo tesoro di questa esperienza, guardando al futuro dell’olivo con un atteggiamento più professionale e meno fatalista? Sicuramente l’anno prossimo sarà quello giusto per dare di nuovo valore all’olio di qualità.

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