Campioni di Dop e Igp. Ma quanto valgono sul mercato internazionale?

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L’Italia  è  il  primo  paese  Ue  per  numero  di  prodotti  certificati, ma solo 10 sono davvero strategici. In Umbria prosciutto di Norcia, Vitellone Bianco e olio trainano il mercato, ma oltre alla qualità bisogna investire sui volumi.

di Emanuela De Pinto

Qual è il valore di mercato di un prodotto a marchio Dop o Igp? La risposta è meno semplice di quanto si possa pensare, anche alla luce dello studio realizzato da Confagricoltura che descrive lo scenario internazionale delle tanto decantate certificazioni. Partiamo con i dati che inorgogliscono l’Italia, nella solita gara con i cugini francesi. L’Italia  è  il  primo  paese  dell’Unione  Europea  per  numero  di  prodotti  agroalimentari  riconosciuti  a “Denominazione d’origine protetta”(DOP – Prodotti ottenuti in una determinata zona da materie prime provenienti  dalla  zona  stessa)  e  ad “Indicazione  geografica  protetta” (IGP  – Prodotti  di  consolidata tradizione  ottenuti  in  una  determinata  zona  da  materie  prime  non  esclusivamente  provenienti  dalla zona  stessa). Nel  2003  lo Stivale era  preceduto,  sia  pure  di  una  sola unità,  dalla  Francia, ma  lo scorso anno c’è stata una rimonta e oggi conta 52 registrazioni in più rispetto al Paese d’Oltralpe.  

tabella1Nell’arco di 13 anni, l’Italia ha vissuto una vera e propria corsa alla certificazione, raddoppiando i prodotti Dop e Igp  che sono passati da 130 a 289 (escluso il vino). La categoria produttiva per la quale il nostro Paese ha ottenuto il maggior numero di riconoscimenti è quella dell’ortofrutticolo e dei cereali (passati da 36 unità nel 2003 a 110 nel 2016), seguita dai formaggi (da 30 a 51), dagli oli extravergini di oliva (da 30 a 45) e dalle preparazioni a base di carne (da 26 a 41). A primeggiare nella classifica italiana è l’Emilia Romagna, con il  maggior  numero  di  zone di  produzione  di  prodotti  DOP  e  IGP (44),  seguita da Veneto (36) e Lombardia (34). L’Umbria non compare tra le prime dieci regioni: in totale conta solo 9 prodotti regionali certificati, 4 Dop e 5 Igp.

Eppure qualcosa sta cambiando. Dopo anni di boom, dal 2014 sono in calo le aziende agricole che producono formaggi e prodotti a base di carne a marchio comunitario, mentre continuano a crescere quelli che certificano cereali e prodotti ortofrutticoli. Il settore dell’olio extravergine d’oliva rimane uno dei più importanti, con quasi 20.000 aziende con produzioni Dop e Igp, dopo il calo del 2014 dovuto alla cattiva stagione climatica che ha avuto come conseguenza la proliferazione della mosca olearia.

LA TOP TEN DEI PRODOTTI CHE CONTANO

tabella 8Ma se guardiamo al valore della produzione, ci accorgiamo che ad avere un reale valore economico (che comporta poi il vero profitto aziendale) contribuiscono soltanto dieci prodotti, mentre tutti gli altri hanno scarsa capacità reddituale. Questo vale soprattutto per l’export dei prodotti a marchio europeo che, nonostante il valore più che raddoppiato dal 2002 al 2014 (+116%), rappresenta ad oggi appena il 9,4% del mercato estero agroalimentare. Ragionamento dal quale è escluso il vino, che ha un mercato a parte. I dieci prodotti che registrano un forte valore di produzione sono in ordine:

  1. Grana Padano Dop
  2. Parmigiano Reggiano Dop
  3. Prosciutto di Parma Dop
  4. Aceto Balsamico di Modena Igp
  5. Mozzarella di bufala campana Dop
  6. Prosciutto San Daniele Dop
  7. Mortadella di Bologna Igp
  8. Gorgonzola Dop
  9. Bresaola della Valtellina Igp
  10. Mela Alto Adige Igp

Se però ci concentriamo solo sulle vendite all’estero, questa top ten deve essere rivista. L’Aceto Balsamico di Modena Igp guadagna la terza posizione, la Mela Alto Adige Igp non è più in ultima posizione, ma sale al 5° posto, sparisce tra i primi dieci la Mortadella Bologna e fa spazio alla Mela Val di Non Dop. Inoltre, dal 2010 due settori, quello del Gorgonzola, del Prosciutto di Parma Dop e San Daniele Dop, hanno fatto registrare una flessione così significativa da non essere stata ancora recuperata, rispetto ai valori del 2002.   

tabella 16A conclusione di questo report Confagricoltura fa una riflessione, evidenziando “la necessità di una valutazione sui processi di riconoscimento di DOP e IGP per prodotti disponibili in quantità  limitate,  commercializzati  quasi  esclusivamente  a  livello  locale,  per  la  promozione  dei  quali forse  sarebbero  sufficienti  altre  qualifiche  di  valorizzazione  (come,  ad  esempio,  quella  di ‘prodotto tradizionale’)”. L’eventuale futura diminuzione delle aziende produttrici di DOP e IGP “può evidenziare o un processo di concentrazione  produttiva  e  quindi  di  rafforzamento  strutturale,  anche  in  concomitanza  di  una situazione di maggiore competitività, oppure una progressiva riduzione dei vantaggi della certificazione di questo genere di prodotti per gli operatori della produzione primaria”.

LA SITUAZIONE IN UMBRIA

Per Alfredo Monacelli, segretario generale Confagricoltura Umbria, “tra i prodotti umbri a marchio europeo quelli che fanno più volume sono sicuramente il Prosciutto di Norcia Igp e il Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale Igp. Quest’ultimo però lo condividiamo con altre regioni. Riguardo al prosciutto il problema grave è che la certificazione avviene sul processo, non sul prodotto. E’ possibile produrre Prosciutto di Norcia anche con cosce di maiale provenienti da altri Paesi e questo ci penalizza. Così, sebbene siamo in grado di produrre ottime quantità, bisogna lavorare ancora di più sulla qualità e sulla territorialità di questo prodotto tipico. Al contrario, per le altre certificazioni rimangono le problematiche della micro produzione, come ad esempio per l’olio che, nonostante l’eccellente qualità raggiunta dai nostri frantoi artigianali, non si riescono ad ottenere volumi adeguati per affrontare la concorrenza sul mercato internazionale”.

Spiega ancora Monacelli: “La produzione di olio è calata negli ultimi 10 anni per via dell’abbandono di quegli oliveti situati in zone particolarmente difficili da coltivare, come quelle montane o dell’alta collina. Ad oggi siamo sui 60-80.000 quintali  l’anno, a seconda della stagione, e si contano circa 30mila produttori umbri. La produzione media rimane minima, in fin dei conti, e si deve considerare che la vendita è soprattutto quella diretta in frantoio. Quello che resta, per la maggior parte dei produttori, è troppo poco per affrontare un mercato oltre confine. In questo modo, il prodotto stesso viene poco valorizzato, primo perché la vendita in loco arriva a un prezzo ribassato di 10/11 euro al litro quando la Dop italiana sul mercato estero vale anche 30 euro al litro. Occorre dunque lavorare sul punto debole, la quantità, come del resto prevede il Piano Olivicolo regionale. Al contrario, il Vitellone Bianco fa volumi interessanti, soprattutto in riferimento alla Chianina, dove l’Umbria è protagonista”.

LEGGI L’APPROFONDIMENTO: I PRODOTTI DOP E IGP DELL’UMBRIA

“Ma – continua Monacelli – esportiamo soprattutto fuori regione e difficilmente all’estero. Dobbiamo infatti ricordare che l’Italia è un Paese principalmente importatore di materie prime dall’estero: penso al grano ma anche all’olio, con i grandi marchi industriali che comprano olive spesso non italiane. Sul mercato locale valgono ancora i marchi Dop e Igp soprattutto perché il consumatore è in genere più propenso a comprare il nome Umbria, come garanzia di credibilità, anche se spesso non legge  l’etichetta. Ma per avere un adeguato valore di mercato anche oltre confine, tale da giustificare i costi di certificazione e controllo, occorre fare uno sforzo per aumentare la produzione, la qualità e non da ultimo concentrare l’offerta attraverso forti azioni di promozione. Altrimenti si rimane autoreferenziali e non sufficientemente capaci di competere sul mercato globale”.   

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