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Distillati, accise alle stelle e vendite crollate. Così ci perde anche lo Stato

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Nel 2015 si contano 30 milioni di bottiglie rimaste sugli scaffali. Per AssoDistil le imposte costano oltre 15 volte il prezzo dell’alcol. Distilleria San Lorenzo in Umbria: “Peso fiscale di almeno il 45% a bottiglia”. 

di Redazione

distillati2Metti il piacere di sorseggiare un buon brandy, una grappa aromatizzata o dell’acquavite con tutto il sapore delle erbe aromatiche. Un tempo era un must del fine cena all’italiana, oggi è un lusso che sempre meno consumatori si concedono, perché sempre più costosi. Si parla di un aumento costante, dal 2013 al 2015, delle accise sulle cosiddette bevande ‘spiritose’.

A lamentare l’attuale condizione delle tante aziende italiane è Antonio Emaldi, presidente di AssoDistil che in una nota stampa denuncia la depressione in atto. L’attuale situazione, di fatto, non giova a nessuno: né ai produttori, tanto meno alle casse erariali. Piuttosto, ha provocato negli ultimi anni un drastico calo delle entrate fiscali come conseguenza delle ridotte vendite.

Andiamo ai numeri: 29 milioni di gettito fiscale in meno nel 2015 ed una diminuzione del 13% dell’immissione in consumo di distillati. Sono i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, pubblicati a febbraio, che certificano la riduzione-shock delle entrate derivanti dalle accise su grappa e spirits. In particolare, le statistiche del dicastero  evidenziano come il reale gettito delle accise nel 2015 abbia registrato un calo del 5% rispetto al 2014. In pratica, mancano all’appello 29 milioni di euro. Un dato che si spiega con un altro numero: 30 milioni di bottiglie che non sono state vendute sul mercato nazionale. In altre parole, all’aumento delle accise, corrisponde un calo drastico della commercializzazione dei distillati. “Le aziende, di fronte ad un carico fiscale così pesante, si sono viste costrette a scaricare la crescita dell’imposta soprattutto sul prezzo – spiega Emaldi di AssoDistil – deprimendo così le vendite. In un modo o nell’altro, le distillerie, ed indirettamente l’Erario, ne ricavano soltanto un danno accentuato dalla persistente crisi dei consumi”.

Una situazione di sofferenza che, in vista della ‘manovrina’ economica richiesta dalla Commissione Europea all’Italia, i distillatori chiedono di non inasprire ulteriormente. “Come avevamo già previsto al momento del suo aumento, ormai quattro anni fa – sottolinea Emaldi – la crescita dell’imposta di immissione al consumo si è rivelata un provvedimento inefficace dal punto di vista fiscale e, cosa ancora più grave, punitivo per il comparto delle bevande spiritose”. Il settore della distillazione, composto da piccole e medie imprese spesso a conduzione poco più che familiare, è ben distribuito sull’intero territorio nazionale e rappresenta, nel quadro dell’agroalimentare “Made in Italy”, l’ultimo anello della filiera vitivinicola nazionale.

Un esempio può chiarire la portata delle accise sui prodotti alcolici: su un litro di alcol etilico, venduto al dettaglio, il costo di produzione incide per meno di un euro, mentre il valore dell’accisa, su cui si deve applicare anche l’Iva, supera i 10 euro. Le imposte pesano quindi oltre 15 volte il costo dell’alcol.

Accise sull’alcol: gli aumenti a partire dal 2006

dal 2006 a settembre 2013: 8,00 euro a litro

da ottobre 2013 a dicembre 203: 9,05 euro a litro

da gennaio 2014 a febbraio 2014: 9,20 euro a litro

da martedì 2014 a dicembre 2014: 9,42 euro a litro

da gennaio 2015: 10,35 euro a litro.

Una situazione che viene confermata anche dal direttore commerciale di una delle grandi aziende dell’Umbria, le Distillerie Di Lorenzo. “Con la premessa che i prodotti alcolici non sono una priorità per i consumatori, – spiega Massimiliano Caselli – un aumento di aliquota genera un impatto ancora più importante sul costo della bottiglia. Facendo alcuni esempi pratici, una bottiglia di alcol puro da un litro costa al consumatore circa 14-15 euro, di cui vanno allo Stato tra Iva e aliquota almeno 12 euro. Se invece parliamo di una bottiglia di grappa a 40 gradi, il peso fiscale può arrivare intorno al 45%. Ancora, se prendiamo in considerazione i prodotti pregiati con oltre 20 anni di invecchiamento, l’aggravio fiscale si riduce. Ma, in ogni caso, si tratta di aumenti spropositati che scoraggiano il consumatore”.

“Sono anni – sottolinea il direttore commerciale delle Distillerie Di Lorenzo dell’Umbria –  che questi prodotti continuano a soffrire di un calo delle vendite, ciò è dovuto oltre che all’introduzione di maggiori regole per chi guida (con cui tra l’altro siamo d’accordo), soprattutto all’aumento continuo delle accise. Ridimensionare il valore dell’aliquota d’imposta ci permetterebbe di tornare ai valori del 2013, recuperando così qualche punto percentuale sulle vendite”.

Di fatto, l’orizzonte attuale non è per niente roseo. “Il peso eccessivo delle accise, per le distillerie, rischia di essere un tunnel senza uscita – osserva Emaldi, presidente dei distillatori –. Ci appelliamo al Governo perché, nella definizione delle prossime misure economiche e fiscali, tenga in considerazione i dati del Ministero dell’Economia ed eviti di colpire ancora un comparto virtuoso che, continuando su questa strada, rischia di sparire dal panorama dell’agroalimentare italiano”.

 

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