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Carne italiana certificata: la migliore al mondo, ma che fatica venderla sotto casa

Carne italiana certificata: la migliore al mondo, ma che fatica venderla sotto casa

Intervista al nuovo presidente Anabic, Luca Panichi: “La Chianina costa 6,10 euro al chilo, contro i 3 dell’angus, senza garanzie. Per vincere la concorrenza estera occorre fare squadra con ristoratori e mense”. Ma sembra averlo capito meglio Mc Donald’s. 

di Emanuela De Pinto

Luca Panichi, allevatore umbro, è alla guida di Anabic, l’Associazione Nazionale Allevatori Bovini Italiani da Carne. Fresco di nomina, ma già presidente dell’Associazione Regionale Allevatori dell’Umbria e di Coldiretti Perugia, lo abbiamo intervistato sul suo nuovo ruolo e sulle sfide del comparto zootecnico della regione. Il quadro è incoraggiante, ma non mancano le note dolenti.

Considerando che la zootecnia rappresenta oltre un terzo della Produzione Lorda Vendibile agricola umbra, qual è il ruolo dell’Anabic oggi?

La zootecnia è uno dei settori di punta dell’agricoltura italiana. I dati ci dicono che è l’unico settore con segnali positivi, soprattutto sul numero delle assunzioni. Tantissimi giovani stanno intraprendendo questa attività, tornando all’allevamento. L’Anabic si occupa di miglioramento genetico delle 5 razze autoctone da carne – Chianina, Marchigiana, Romagnola, Maremmana e Podolica – che identificano il territorio. Solo la Chianina conta in Umbria circa 15.000 capi e 530 allevamenti. Il miglioramento genetico è un patrimonio pubblico, nazionale, che porta con sé la storia di questo Paese. In passato, questi animali hanno sfamato intere generazioni e sicuramente anche in futuro saranno parte integrante e trainante di un’economia che porta con sé valori immateriali oltre che materiali: la territorialità, il turismo, la cultura.

Circa il 40% della carne bovina consumata in Italia proviene dall’estero, secondo stime Coldiretti. Gli allevatori italiani, e quindi anche umbri, devono affrontare una grande sfida per valorizzare il Made in Italy e riportarlo sulle tavole degli italiani. Quali sono le difficoltà maggiori?

Le difficoltà degli allevamenti sono diverse, a partire dal prezzo di mercato che si sta cercando di aumentare. Al momento per la Chianina siamo a 6,10 euro al chilo più Iva, e per vincere la battaglia della concorrenza estera ci vorrebbe un sistema economico che facesse più squadra con i ristoratori e con le mense. Accade, invece, che molti operatori offrono al consumatore carni estere non paragonabili a quelle italiane in termini di sicurezza alimentare e di tutti quei valori che solo noi allevatori italiani riusciamo a dare: la salubrità, il benessere animale, le norme sull’impatto ambientale. La zootecnia, non dimentichiamolo, è anche tutela del territorio, e certamente noi allevatori italiani siamo i più controllati al mondo. Le nostre carni sono sicure, non sono Ogm, sono totalmente naturali, perché i capi vengono allevati con mangimi provenienti dalla nostra agricoltura, altrettanto controllata e certificata. Si parla di vera filiera corta, un valore importante.

In Umbria in particolare, quali sono i progetti dell’Anabic?

Partirei da un dato: la zootecnia nel suo complesso rappresenta il 40 % del Pil agricolo umbro. La sfida maggiore del comparto carne è quella di creare una filiera sempre più corta: dai mangimifici alla macelleria, al ristorante. Stiamo lavorando molto con la Gdo, e su questo ci viene in aiuto un Psr che sta dando una forte mano per un rinnovamento generale.

Bene l’alta qualità e la carne locale nel grande supermercato, ma i piccoli macellai sotto casa che fine fanno?

Occorre ripartire dalla qualità del prodotto, oltre che dalla manualità e dalla fidelizzazione del cliente. Oggi c’è un consumatore molto più istruito che cerca la provenienza delle carni acquistate. Punterei molto di più sulla territorialità: il cliente chiede la carne locale e non quella che viene dalla Francia o dall’Irlanda.

C’è una punta di polemica o sbaglio?

Vede, abbiamo chiuso un contratto nazionale con un colosso come Mc Donald’s, il quale ha fatto un’operazione straordinaria di marketing acquistando le nostre carni 100% italiane da razze autoctone, e per assurdo abbiamo difficoltà a vendere la carne sotto casa. Questa situazione, infatti, ha portato molti allevatori ad aprire una macelleria aziendale perché si fa fatica a contattare i macellai. Se parliamo di turismo enogastronomico, insieme ad un prodotto si vendono anche i suoi valori culturali. Pascoli e ulivi sono l’anima dell’Umbria. In questo Mc Donald’s ci ha visto più lungo di noi.

E con i ristoratori come sono i rapporti? In molti locali oggi troviamo il bollino delle razze autoctone certificate, cosa che fino a qualche anno non esisteva.  

Giusta la direzione di puntare sulla territorialità, il cliente competente apprezza. Mentre mi fanno ridere i ristoranti che offrono l’Angus argentino: l’americano che viene qui deve mangiare la Chianina, e invece molti ristoratori offrono l’Angus perché lo pagano meno. In Argentina i costi di produzione e di sicurezza alimentare sono nettamente inferiori a quelli italiani e hanno molte meno norme sulla sicurezza del lavoro e sul rispetto ambientale. Il ristoratore la paga meno, ma la vende al cliente a prezzo maggiorato. L’Angus si acquista a circa 3 euro al chilo, la metà rispetto al prezzo delle nostre razze autoctone. Nessuno però garantisce la quantità di ormoni e antibiotici che finiscono in quella carne. Mentre in Italia lo certificano i Nas e il Ministero della Salute. L’Italia è l’unico Paese in cui i veterinari dipendono dal Ministero della Salute e non da quello dell’Agricoltura. E’ una garanzia fondamentale per il consumatore finale.

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