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C’era una volta la fattoria, il quadro degli allevamenti in Umbria/Parte1

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Sempre meno capi nelle aziende agricole italiane. E in Umbria qual è la situazione? Non è terra per maiali. Ce lo spiega il direttore Ara regionale, Stefano Pignani. Dati alla mano

di Emanuela De Pinto

C’era una volta la fattoria. Dal 2008, anno di inizio della crisi economica in Italia, sono scomparsi oltre 2 milioni di animali tra mucche, maiali, pecore e capre. Un crollo che, secondo Coldiretti nazionale, rischia di compromettere anche la biodiversità degli allevamenti italiani: sarebbero ben 130 le razze minacciate dall’estinzione. Qual è la situazione in Umbria, regione dove gli allevamenti sono da sempre una risorsa? Lo abbiamo chiesto a Stefano Pignani, direttore Ara Umbria, l’associazione che riunisce gli allevatori della regione. E pur inforcando occhiali rosa, lo scenario non è meno allarmista.

“L’andamento è quello prospettato, con una particolare attenzione in Umbria sul comparto suinicolo. I problemi ambientali affrontati negli anni passati, in fatto di depuratori per la gestione dei reflui, a Bettona e a Marsciano, hanno portato a normative più stringenti, con una conseguente difficoltà di produrre reddito per gli imprenditori che allevano suini – spiega Pignani – I costi della gestione dei reflui sono amentati e, di contro, sono diminuiti i capi allevati: nel 2000, in Umbria si contavano 249mila capi, nel 2010 siamo scesi a 190mila, oggi siamo intorno ai 150mila”. I dati dell’ultimo Piano zootecnico regionale, e quelli delle ultime rilevazioni, registrano un crollo che sembra inarrestabile.

Il numero dei capi per principali comparti – Dati censuari a confronto

Province   Equini   Ovini   Caprini
2000 2010 2000 2010 2000 2010
Perugia 6.249 5.133      113.254 79.782      4.084 2.318
Terni 2.002 1.514 35.612 27.344 1.898 848
Umbria 8.251 6.647 148.866 107.126 5.982 3.166
Province Suini
2000   2010
Perugia 222.490 175.630
Terni 26.654 14.544
Umbria 249.144 190.174

(Fonte:  6° Censimento generale dell’agricoltura – ISTAT – Regione Umbria)

Gestione dei reflui a parte, per i suini il problema è anche il mercato. I prezzi della carne sono bassissimi, mentre è troppo alta e forte la concorrenza estera, dove i costi di produzione sono notevolmente inferiori. “In Umbria importiamo moltissimi suini dal Nord Europa, in particolare da Olanda, Danimarca e Germania. Paesi dove il costo al kg-carne è circa il 30-40% in meno. In Italia – dichiara Pignani, direttore Ara Umbria – il prezzo di vendita che è regolato dalla legge della domanda e offerta, non copre i costi di produzione. La spesa maggiore è l’acquisto dei mangimi. Nel 2012 e 2013 abbiamo assistito a una vera esplosione del prezzo dei cereali e della soia, a livello mondiale. A metà 2014 si è leggermente abbassato. Il punto è che molte aziende hanno gettato la spugna, e difficilmente riapriranno”.  

Altra causa sta nel fatto che, spiega Pignani, “gli allevatori di suini non godono di sostegni dell’Ue, come accade per i bovini, per i quali viene premiato il lavoro svolto nelle zone montane”. Qualche aiuto è però previsto nel caso di allevamenti di suini allo stato brado, all’aperto. E a Norcia ci sono alcuni esempi, “ma è un segmento che rappresenta appena il 5-10% sul totale”, chiarisce il direttore Ara Umbria. In difficoltà anche gli allevamenti di bovino da carne e latte. Cala il numero di capi e di aziende. “Per i bovini da latte il problema è l’allevamento intensivo: c’è bisogno di alimentare parecchio gli animali, e l’aumento dei costi delle materie prime quali mais e soia, incide moltissimo”. Difficile recuperare se il prezzo del latte nei supermercati non è adeguato alla filiera.

Per l’allevamento di bovini da carne, l’Umbria resiste, ma a fatica. La principale razza è la Chianina (20.371 capi a dicembre 2012); presente anche la razza Marchigiana (1.106 capi) e le razze di provenienza estera come Limousine (2.947 capi), e Charolais (1.105 capi). L’allevamento dei capi di razza Chianina (l’Umbria è il secondo polo nazionale dopo la Toscana) continua ad essere presente soprattutto in collina e in montagna dove molte aziende (1.583, pari al 56% del totale) allevano un numero ridotto di capi (da 1 a 5). Una razza che, per morfologia e caratteristiche produttive, si adatta all’allevamento semibrado.

Evoluzione del comparto bovino – Dati rilevati a dicembre 2012

2008 2009 2010 2011 2012 Variazione 2008/2012
Aziende 3.889 3.828 3.656 3.459 3.265 -16%
Capi bovini 66.069 63.965 62.503 60.747 56.660 -14,24%

(Fonte: Banca Dati Nazionale Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo)

“Si tratta per lo più di aziende molto piccole, condotte da persone anziane – spiega Pignani – per cui il ricambio generazionale è complicato senza un reddito adeguato. Negli ultimi anni si assiste alla chiusura di queste micro realtà, mentre le aziende più strutturate, al contrario, si stanno rafforzando aumentando il numero dei capi, perché tra sostegni comunitari e un prezzo di mercato che è leggermente aumentato, (unica eccezione nel comparto zootecnico), si stanno creando condizioni più favorevoli. La conduzione familiare dell’azienda, senza costi fissi di personale, rimane un grande vantaggio”.

Leggi la seconda parte

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