Dai Millennians ai Baby Boomers: i nuovi consumatori del vino in Italia

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Al Vinitaly una fotografia dell’Osservatorio del Vino sugli ultimi 50 anni nel Belpaese. Oggi si contano 523 Dop e Igp, ma i consumi scenderanno ancora.

di Redazione

Come è cambiato negli  ultimi  50  anni  il  vigneto  Italia? Un’analisi è stata presentata dall’Osservatorio  del  Vino e da Veronafiere, con i partner  Ismea,  Wine  Monitor,  Sda  Bocconi,  Crea  Viticoltura Enologia nell’edizione in corso di Vinitaly che hanno messo a fuoco diversi aspetti dell’evoluzione del vino italiano: dalla trasformazione della geografia produttiva, all’analisi  del marketing  del  vino  per  arrivare  a  capire  come  sono  evoluti  stili  di  consumo  e  strategie distributive.

“Vino italiano da commodity a specialty: la storia di un successo narrata con i numeri”

Fabio Del Bravo di Ismea ha spiegato come il vino è passato da alimento a prodotto cult. Restando sinonimo  di  convivialità , oggi è sempre  più  accompagnato  da  suggestioni  immateriali  legate  al territorio, alla cultura, al puro gusto di bere. L’inizio  del  nuovo  millennio  è stato  caratterizzato da  un  gran  fermento  nel  mondo  imprenditoriale.  Si  è  assistito  a  molte operazioni di fusioni, acquisizioni con imprese che hanno investito in regioni diverse dal proprio territorio di origine.  Nel  paniere  delle  esportazioni  i  vini  in  bottiglia  hanno  cominciato  a  superare  gli  sfusi. 

La qualità del vino oggi in Italia si traduce in 523 Dop e Igp diffuse in modo quasi “capillare” su tutte le aree viticole del Paese, che perpetrano la tradizione dei campanili tanto cara all’Italia e che nel contempo fanno sì che potenzialmente i 2/3 della produzione  italiana potrebbero fregiarsi del riconoscimento comunitario.

VINO ITALIANO, IL PIU’ BEVUTO MA ANCHE IL PIU’ TAROCCATO

“Vitigni e territori: l’evoluzione della base ampelografica italiana”

Diego Tomasi di Crea-Viticoltura Enologia, ha parlato di quanto la  viticoltura  italiana  negli  ultimi  50  anni  è  stata  indirizzata  dalla  normativa comunitaria e condizionata dai cambiamenti degli stili di vita e delle abitudini alimentari dei consumatori.

La  superficie  vitata si  è  dimezzata e si è  concentrata  nelle  aree  più  vocate  dove,  grazie  all’adozione  delle norme sulla  commercializzazione  dei materiali  di moltiplicazione  della vite (1969),  è  possibile monitorare costantemente la composizione e l’evoluzione quanti-qualitativa del vigneto Italia.

Oltre 500 sono le varietà per uva da vino iscritte al Registro Nazionale delle Varietà, 350 di queste (pari al 70%) vengono annualmente moltiplicate e rese disponibili ai viticoltori. Il gruppo dei vitigni internazionali non  ha  subìto  grandi  variazioni  nell’ultimo  trentennio,  mentre  le  varietà  nazionali  diffuse  in  più  Regioni (Montepulciano,  Sangiovese…),  e  le  varietà  tipiche  di  areali  ben  delimitati  (Negroamaro,  Corvina, Catarratti….) vedono un utilizzo costante e in alcuni casi crescente. 

Nei  cinque  decenni  la  richiesta  di  varietà  da  parte  dei  vivaisti  è  variata  in  conseguenza  al  cambio  di preferenze  del  consumatore,  che  è  passato  da  vini  bianchi  a  vini  rossi, e  che  oggi  coprono  oltre  il  60%  del ventaglio  varietale.  Nell’ultimo  decennio  si  sono  avuti  dei  veri  e  propri  fenomeni  di  tendenza  che  hanno inciso fortemente sulla produzione di barbatelle di vitigni autoctoni (vedi il caso Glera, Grillo…..) e di alcuni internazionali (vedi Pinot grigio, Chardonnay, Syrah).

“L’Italia del vino che cresce: modelli di business e criticità”

Per Andrea Rea, Wine Management Lab di Sda-Bocconi, il  vino  è  mitologia. Chi  lo  produce non  può  essere  un  semplice  produttore,  poiché  il  vino  è  generato direttamente dalla terra, dalle stagioni, dalla cura della vigna e poi, in cantina prende forma, come il tessuto nelle sapienti mani del sarto diventa abito elegante e talvolta raffinato.

L’antesignano marketing francese ha abilmente costruito e custodito il “mito del vigneron”, che a sua volta costruiva e custodiva  vini, talvolta straordinari. In modo più pragmatico ed efficiente i  “new  competitor” hanno prodotto vino con un’organizzazione manageriale.

Gli italiani? Andrea Rea sta nuovamente aggiornando i suoi dati su un ampio campione di aziende italiane. Emerge che la spina dorsale dell’Italia del vino è formata da tutte quelle aziende che sono  riuscite a superare la soglia dimensionale minima, per avviare un’organizzazione aziendale costruita su competenze qualificate.

Queste aziende, insieme alle poche “grandi”, si pongono nella condizione economica e professionale di poter migliorare la qualità del vino e di sostenere la competitività sui mercati internazionali, oltre  che  sui  canali  nazionali. I piccoli volumi sono sostenibili solo dai non tanti “vigneron  nostrani”, mentre la maggioranza  delle altre micro-aziende insegue, senza idee chiare, uno sviluppo tra mito e realtà.

“Profili di consumo e strategie distributive”

Ma chi sono oggi i consumatori del vino? Lo spiega Denis Pantini, wine monitor Nomisma. Che i consumi di vino in Italia abbiano intrapreso da diversi decenni una tendenza alla riduzione sostanzialmente ineludibile è ormai risaputo. Fino agli anni ‘80, il vino ha rappresentato un alimento in grado di fornire calorie al fabbisogno energetico dei lavoratori per gran parte dediti  all’agricoltura e a mansioni meno sedentarie di quelle che invece contraddistinguono gli occupati di un’economia ormai terziarizzata.

Con la fuga dalle campagne, la “destrutturazione” dei pasti e la riduzione del fabbisogno calorico medio, gli italiani hanno ridotto il consumo quotidiano di vino, per spostare le proprie attenzioni sia a bevande diverse ma soprattutto a differenti modalità di consumo dello stesso prodotto.

Contestualmente  sono  cambiati  i  canali  di  vendita:  la  Gdo  ha  acquisito  sempre  più  peso  nel  mercato nazionale, l’export è diventato necessario, le imprese si sono prodigate nella vendita diretta e il commercio elettronico è oggi in fase espansiva. Più problematica la ristorazione e, più in generale il canale “on-trade”, sbocco indispensabile per le imprese più piccole e per la vendita dei vini premium che ha perso rilevanza soprattutto negli ultimi anni a causa della recessione economica.

Restano molte incognite sull’evoluzione dei consumi di vino in Italia. Certo è che i consumi continueranno a ridursi e si modificheranno ulteriormente nelle tipologie di prodotti consumati. E i  segnali  di queste evoluzioni sono facilmente individuabili guardando alle rilevanti differenze che sussistono nelle modalità di consumo tra la generazione dei cosiddetti  “Millennials” (fino  a  34  anni)  rispetto a quella dei  “Baby  Boomers” (50-65  anni): i primi più orientati a vini leggeri, con preferenza verso gli sparkling, da consumare fuori casa, mixati con altri alcoolici. I secondi ancorati a prodotti da abbinare ai pasti e da consumare soprattutto a casa.

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