L'informazione agroalimentare in Umbria

Agromafie e caporalato, Umbria isola felice ma nel ternano la situazione è al limite

Share

Il rapporto dell'Osservatorio Placido Rizzotto Flai Cgil: il 72% dei lavoratori agricoli in Italia si ammala a fine stagione, contributi evasi per 600milioni di euro l'anno. Ma in Umbria gli intervistati dichiarano buone condizioni di lavoro

di Redazione

Romeni, marocchini e albanesi, sono la manovalanza delle aziende agricole in Umbria. Lavoratori che arrivano dai Paesi di origine e che, molto spesso, si fermano qui anche dopo aver terminato la stagione. E’ questo solo un tratto della fotografia scattata dall’Osservatorio Placido Rizzotto Flai Cgil (dal nome del sindacalista ucciso dalla mafia nel '48), che nei giorni scorsi ha presentato a Roma il secondo Rapporto agromafie e caporalato.

L’Umbria, diciamolo subito, ha tinte molto più rosee rispetto ad altre regioni nere, di vera emergenza. In totale, sono 16.588 gli occupati nel settore agroalimentare umbro, sia italiani che stranieri. Di questi, 8.305 nel comparto agricolo e 6.612 in quello industriale, 1.080 sono invece i lavoratori nelle cooperative agricole e appena 591 quelli nel comparto ortofrutta. I dati Inps/Inail ci dicono poi che c’è una certa parità tra lavoratori dipendenti e autonomi. Circa il 30% sono stranieri, e l’incidenza è superiore nella provincia di Perugia rispetto a quella di Terni. Tra gli immigrati, circa 5.700, i romeni sono capolista con 1.600 addetti, 790 i marocchini e 570 gli albanesi. L’indagine è stata realizzata  considerando i numeri dell’Istituto nazionale di previdenza sociale, intervistando direttamente i protagonisti, raccogliendo le dichiarazioni dei sindacalisti provinciali, registrando le inchieste aperte dalle varie procure in merito a reati dell’agroalimentare.

Tirando le somme, il giudizio espresso dagli intervistati delle province umbre è positivo. Le condizioni di lavoro sono considerate piuttosto buone, ma non bisogna abbassare la guardia. “Ad oggi – si legge nel Rapporto – (dicembre 2013) non si rilevano in Umbria fenomeni di forte esposizione alle infiltrazioni malavitose da destare attenzione e rilevanza mediatica e quantomeno giudiziaria. Solo nel comune di Terni si possono rilevare alcune situazioni border line nelle attività appaltate sulla manutenzione del verde pubblico, ma che non sono (ancora) sfociate in azioni giudiziarie o investigative”. Basta, infatti, leggere un altro dato che dice come in Umbria il tasso di irregolarità in agricoltura sia passato dal 14,8 al 21%, dal 2000 al 2009.

Non sono soltanto i lavoratori stranieri a essere impiegati nel comparto agricolo, molte braccia arrivano dalle province italiane vicine: Roma, Ancona e dalla Toscana in generale. Così come molti umbri si spostano per cercare impiego altrove, in particolare a Livorno. Differenze tra le due province si riscontrano, inoltre, sulle comunità straniere coinvolte. A Perugia, la prima comunità è quella macedone, a Terni è quella romena. In entrambe è presente in quarta posizione, subito dopo l’Albania, la comunità indiana. Altro dato che fa alzare l’attenzione è comunque il fatto che, sempre secondo il Rapporto agromafie e caporalato stilato dall’Osservatorio Palico Rizzotto della Flai-Cgil, le due province umbre (insieme all’Emilia Romagna, alla Toscana e al Lazio) rientrano entrambe tra i distretti agro-alimentari a rischio in quanto i lavoratori, con un’alta confluenza di immigrati, vengono impiegati per oltre cinque mesi consecutivi, per lo più da maggio a settembre.

Dati alla mano, dal punto di vista dello sfruttamento dei lavoratori dobbiamo quindi constatare che l’Umbria si conferma un’isola felice rispetto a molte altre regioni d’Italia. Qualche dato nazionale, per rendere l’idea: il caporalato ruba allo Stato qualcosa come 600milioni di euro l’anno di contributi non versati, almeno 100mila lavoratori su 400mila devono associare la condizione di sfruttamento e lavoro nero a un disagio abitativo disumano. Il 62% dei lavoratori stranieri impegnati nei lavori agricoli stagionali in Italia non ha accesso ai servizi igienici, il 64% non può usufruire dell’acqua corrente, e ben il 72% recandosi dal medico dopo la raccolta scopre di essere affetto da malattie che prima non aveva, a riprova delle scarsissime condizioni sanitarie in cui si trovano a lavorare. Una situazione di quasi schiavitù. Numeri che vengono fuori dal censimento di un milione mezzo di aziende, da Nord a Sud. Tre i casi nazionali su cui il Rapporto si concentra: uno in Piemonte, uno nel Lazio e uno in Puglia. Allarme soprattutto in Campania, Calabria, Lombardia e Lazio.

Ben 27 i clan della malavita che fanno affari nel comparto agricolo italiano con un fatturato di 12,5 miliardi l’anno. Le mani in pasta ovunque: dal caporalato al riciclaggio di capitali illeciti, dall’usura nei confronti degli imprenditori agricoli in difficoltà al trasporto dei prodotti, dalla panificazione e macellazione clandestine fino allo smaltimento illecito di rifiuti in terreni destinati all’agricoltura.

Share

Leave A Reply

Your email address will not be published.