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Birra, il mercato italiano regge nonostante il macigno delle tasse

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Il Report annuale di Assobirra riferisce che il mercato italiano della birra nel 2013 è andato in pareggio, ma l’occupazione continua a scendere. Colpa del continuo innalzamento delle accise deciso dal governo

di Redazione

Crisi nel comparto agroalimentare, la birra tiene duro. E’ un mercato che nel 2013 in Italia ha chiuso con un calo della produzione 0,3%, ma anche con il consumo in crescita dello 0,3%. Sostanzialmente un pareggio. In termini assoluti è il miglior risultato dell’intero settore Food&Beverage, anche se a preoccupare sono i dati sull’occupazione: tra i diretti e indotto, l’anno scorso sono stati 8mila i posti andati in fumo, per un totale di occupati passati da 144mila a 136mila (-5,6%).

Sono i dati del Report annuale di Assobirra, che denuncia come l’aumento delle accise, deciso dal Governo nell’autunno scorso e scattato il 10 ottobre 2013 e il 1° gennaio 2014, rischia di avere effetti ancora più negativi sui posti di lavoro. Ma l’associazione dei birrai è intenzionata a dare battaglia finché non sarà scongiurato almeno l’ultimo aumento, già previsto per gennaio 2015, e che porterebbe a un aumento generale dell’accisa del 30% in pochi mesi. A precisarlo è il presidente neo-eletto di Assobirra, Tommaso Norsa: “L’anno appena concluso ci ha regalato risultati migliori di quanto sperato, ma anche uno scenario a forte rischio stabilità, considerando l’aumento delle accise in atto, la diminuzione delle aperture di micro birrifici nel 2014 e l’aumento dei consumi di birra in casa privilegiando prodotti a basso costo“.

Norsa ha detto anche di avvertire una contrazione della fiducia nell’investimento nel settore. Uno spunto di riflessione questo, perché “si stima che un posto di lavoro nel mondo della birra ne generi 24,5 nell’ospitalità (bar, ristoranti, alberghi), uno nell’agricoltura, 1,3 nella ‘Supply chain’ (imballaggio, logistica, marketing e altri servizi) e 1,2 nella distribuzione (GDO e dettaglio)”. ” Soprattutto in questa fase – ha concluso – credo sia giusto tutelare questo settore e aiutarlo a crescere”.

Veniamo ai dati. La produzione italiana di birra è al decimo posto in Europa. I 16 stabilimenti industriali e i 495 microbirrifici, per un totale di 511 impianti complessivi, hanno prodotto nel 2013 ben 13,2 milioni di ettolitri di birra. Risultati di tutto rispetto, benché ancora lontani dalle produzioni di Germania (93,4 milioni di ettolitri), Regno Unito (41,9 milioni di ettolitri) e Polonia (39,6 milioni di ettolitri). Bene l’export, anche se in leggera flessione rispetto al 2012 (-3,3%), con quasi 2 milioni di ettolitri decollati oltre confine, ovvero il 14,5% del mercato della birra. Positiva anche la produzione di malto che, come sempre, viene interamente assorbita dall’industria italiana, salendo a oltre 673mila di quintali (+3,8% rispetto al 2012). Dall’altro lato, dopo il calo dello scorso anno, l’import torna a stabilizzarsi (+0,3%). Nel 2013, infatti, sono stati importati oltre 6 milioni di ettolitri.

L’Italia continua ad importare dagli altri Paesi UE la quasi totalità del fabbisogno di birra non coperto dalla produzione nazionale: il 96%. Il Paese dal quale l’Italia acquista più birra è la Germania. Il nostro, informa il Report di Assobirra, resta il mercato con i maggiori volumi di import di birra, complice anche una competizione fiscale sleale da parte degli altri Paesi europei, fondata su norme nazionali poco rigorose sulla denominazione del prodotto (gradi plato) che permettono di commercializzare a prezzi molto competitivi (e pagando meno tasse) birre di minor qualità, che rischiano di mettere fuori mercato gli operatori italiani. 

Sempre secondo l’analisi dei birrai, anche i consumi sono cambiati nell’ultimo anno. La crisi economica – riferiscono – combinata con l’aumento dei prezzi provocato dall’aumento delle tasse, ha comportato l’accentuarsi di due fenomeni: da una parte è cresciuta una dimensione più “domestica” del prodotto (si consuma sempre meno birra al pub o al bar), dall’altro si preferiscono le birre più economiche, quelle industriali dette “main stream”.

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