Boom del biologico in Italia, ma l’Umbria è in controtendenza

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Nella nostra regione sempre meno operatori del settore. Da 1.318 nel 2011 a 1.203 lo scorso anno. Gli ostacoli: commercio difficile e spese troppo salate per la certificazione

di Emanuela De Pinto

Parola d'ordine: biologico. E' un'Italia sempre più attenta al modo in cui si pratica l'agricoltura, a cosa finisce nel carrello spesa e sulle nostre tavole. Secondo l'ultimo rapporto “Bio in cifre 2014”, elaborato dal Sinab, il Sistema d’Informazione nazionale sull’agricoltura biologica e da Ismea, e presentato nei giorni scorsi dal Ministero, i consumi nel mercato italiano del biologico sono cresciuti del 17,3% nei primi cinque mesi del 2014, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta dell’aumento nel comparto più elevato dal 2002. Ma attenzione, l'Umbria è una delle cinque regioni in controtendenza. E perde il passo.

Nel polmone verde d'Italia, territorio a vocazione agricola per eccellenza, cala ancora il numero degli operatori del biologico. Due anni fa erano 1.215, nello scorso anno sono scesi a 1.203 (-1,0%), confermando così il trend in diminuzione (già nel 2012 si era registrato un pesante -7,8% sul 2011, gli operatori erano scesi in quell'anno da 1.318 a 1.215). A dirla tutta, proprio nel 2012 l'Umbria, da una parte ha subito un calo degli operatori, dall'altra ha registrato un aumento vertiginoso della superficie e delle colture (+33,7% rispetto al 2011), pari a 46.957 ettari. Da notare poi il livello di formazione degli addetti al biologico umbri: il 16,8% ha una laurea, il 32,2% ha un diploma di scuola media superiore.

Dati difficili da analizzare, che meritano più di una riflessione. Ne abbiamo parlato con Giovanna Tacconi, presidente Cia di Umbertide, nonché responsabile del comparto biologico Cia regionale. "In Umbria il biologico non decolla per più di un motivo. Innanzitutto, è difficile la commercializzazione perché i prodotti bio si vendono solo come filiera corta, nei mercatini o negli spacci aziendali. Non è poi da sottovalutare la spesa eccessiva che ogni operatore deve sostenere per ottenere la certificazione biologica, che va in base agli ettari di terra e al tipo di produzione. Ad esempio, io che allevo bovini e pratico l'olivicoltura biologica da 1996, per la mia azienda agricola pago mille euro l’anno".

Dal 1996 ad oggi cos'è cambiato? L'andamento del mercato biologico in Umbria è stato frazionario negli ultimi anni, molto dipende dalle programmazioni regionali. Da sottolineare anche il fatto che molti produttori agricoli hanno deciso di fare il biologico per ricevere i contributi economici dalla Comunità europea tramite i Piani di sviluppo rurale, spiega la Tacconi.

La difficoltà della commercializzazione dei piccoli produttori umbri del biologico è evidente. Basta entrare in un supermercato qualunque. "Il prodotto biologico che troviamo nei supermarket della regione non è quasi mai locale. Più spesso possiamo trovare le grandi produzioni del biologico industrializzate. Io stessa – racconta la responsabile del settore Cia Umbria – vendo solo in azienda e il sabato al Mercato della Terra di Umbertide in piazza Matteotti, l'iniziativa che ha preso il via nel 2010 da un accordo tra il Comune di Umbertide e Slow Food Umbria". Il progetto è stato poi condiviso e sottoscritto dalle associazioni regionali di Aiab, Cia e Legambiente.

Torniamo agli ultimi dati nazionali. Gli operatori del settore biologico, nel 2013, sono stati 52.383, con un aumento complessivo del 5,4% rispetto al 2012. È in aumento rispetto al 2012 anche la superficie coltivata secondo il metodo biologico, che al 31 dicembre 2013 risulta pari a 1.317.177 ettari (circa il 10% del totale della superficie coltivata nazionale) con un aumento complessivo annuale del 12,8%. Le uova risultano essere il prodotto bio più acquistato, con un’incidenza del 9,5% sulla spesa totale.

I principali orientamenti produttivi sono i pascoli, il foraggio e i cereali. Segue, in ordine di estensione, la superficie investita ad olivicoltura. Per le produzioni animali, distinte sulla base delle principali specie allevate, i dati evidenziano rispetto allo scorso anno un aumento consistente, in particolare per gli equini (+38,7% del numero di capi, che tuttavia registrano in termini assoluti valori naturalmente contenuti) e per la categoria “altri animali” (+31,4% del numero di capi), nella quale rientrano ad esempio i conigli.
 

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