Bovini infetti da tubercolosi e falsa chianina. Il business partiva da Perugia

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Animali malati che, con la complicità dei veterinari, venivano venduti come sani. Meticci spacciati come razza chianina, con profitti vertiginosi. A capo del malaffare un allevatore perugino.

di Emanuela De Pinto

E’ mancato poco che sulle tavole di mezza Italia finisse carne bovina infetta da tubercolosi, brucellosi e blue tongue. A fermare in tempo il rischio sanitario l’operazione “Lio” dei carabinieri del Nas (dal nome di un bovino) coordinati dalla procura di Perugia. Due le menti ideatrici di quella che i militari hanno definito una “associazione per delinquere” in campo alimentare: un allevatore perugino e un altro della provincia di Arezzo.

Il meccanismo era questo. Acquistavano bovini infetti nati al Sud Italia e nelle isole e, una volta trasportati in Umbria, complici alcuni veterinari per eludere i controlli sanitari, gli ripulivano la ‘carta d’identità’ prima della macellazione. Gli animali risultavano così perfettamente sani. Non solo, per far lievitare il prezzo e ottenere maggiore profitto economico alcuni capi meticci venivano spacciati come razza pregiata. Ottima carne chianina a un prezzo triplicato.

Nella rete sono finiti anche alcuni allevatori della Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Lombardia, Abruzzo, Marche, Basilicata, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. Nelle ultime ore i carabinieri del Nas e dell’Arma territoriale hanno eseguito ben 78 decreti di perquisizione e sequestro emessi dalla procura di Perugia in 21 province italiane, 65 le persone indagate a vario titolo, 5 le aziende agricole coinvolte e 600 i capi sequestrati, di cui 500 già abbattuti. I reati: associazione per delinquere, adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari, commercio di sostanze alimentari nocive, falso, diffusione di malattie e frode in commercio.

Provvedimenti giudiziari che sono il risultato di una complessa indagine investigativa iniziata nel 2011, partita dalla scoperta di quattro focolai in alcuni allevamenti umbri, nelle zone di Tuderte, Spoleto, Perugia e Terni. Da qui, è emerso il traffico illecito di bovini, colpiti da tubercolosi, brucellosi e blue tongue. In particolare, la carne macellata e infetta veniva poi commercializzata soprattutto in Veneto. Ma, come ribadito più volte dal capitano Marco Vetrulli del Nas di Perugia, nessuna bistecca è finita sugli scaffali dei supermercati italiani. Quindi, niente allarmismi. Anche perché se è vero che queste malattie sono contagiose per l’uomo, ma solo col contatto del sangue o di altri fluidi corporei dell’animale, è anche vero che la cottura abbatte ogni carica batterica.

Nella seconda fase dell’indagine il Nas hanno poi ricostruito minuziosamente la vasta organizzazione criminale in cui erano coinvolti 56 allevatori, 3 autotrasportatori e 6 medici veterinari delle Asl del centro-sud (Perugia, Arezzo, L’Aquila, Foggia, Potenza e Matera). Ed è questo uno dei tasti più dolenti dell’intera vicenda. Era, infatti, grazie alla compiacenza dei veterinari che venivano falsificati i passaporti e le marche auricolari per poter introdurre sul mercato bovini di razza ed età diverse dal quelle certificate dai documenti. A costi decisamente lievitati. Il valore stimato è di circa 2 milioni di euro.

Sono ancora in corso sequestri di allevamenti di bovini, circa 100 capi, con documentazione irregolare o addirittura sprovvisti. Gli animali verranno sottoposti ad analisi e, in caso di malattie, abbattuti come da prassi sanitaria. Come spiegato dal capitano Vetrulli, l’Umbria rispetto ad alcune regioni del Sud, come la Puglia e la Basilicata ad esempio, è una regione in cui non si riscontrano casi di tubercolosi, blue tongue e brucellosi. In tecnico, si definiscono “regioni indenni” e, pertanto, le procedure sanitarie sarebbero molto più snelle. Un bene da una parte, un male dall’altra. Proprio questo potrebbe renderla una regione fertile per questo tipo di reati.

 

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