Bye bye Europa, gli effetti della Brexit sull’agroalimentare italiano

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Dopo la decisione della Gran Bretagna di uscire dall’Ue saranno a rischio i rapporti commerciali con i Paesi membri tra cui l’Italia, che è tra i principali fornitori di prodotti di alta qualità

di Redazione

Con il 52% dei consensi e un scarto di circa un milione di voti, gli elettori britannici hanno detto addio all’Europa. Allerta delle banche centrali, crollo della sterlina e shock delle principali borse europee: l’effetto Brexit si è manifestato repentino come una febbre. E sono in molti a pensare che la decisione degli inglesi avrà ripercussioni sui rapporti commerciali, e dunque anche sul settore agroalimentare, tra Paesi membri dell’Ue e la Gran Bretagna, che da oggi sarà “Paese terzo”.

Il primo impatto negativo per le imprese europee, come sottolinea il Sole 24 Ore, potrebbe manifestarsi con l’arrivo di nuovi dazi e certificazioni obbligatorie. Un problema rilevante, considerando che la Gran Bretagna è tra i principali acquirenti della produzione agroalimentare italiana, per un giro d’affari annuo di ben 3,2 miliardi di euro per le aziende tricolore. Lattiero caseari, ortofrutta e vini (in particolare spumanti), precisa la Coldiretti, sono i prodotti Made in Italy maggiormente richiesti dal paese d’Oltremanica.

Il settori maggiormente interessati

Secondo l’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, il Regno Unito è per la cooperazione italiana il secondo mercato europeo per importanza dopo la Germania. Una piazza strategica in particolare per comparti come l’ortofrutta sia fresca che trasformata (200 mln di euro), vino (185 mln), latte e formaggi (80 mln), salumi e carni fresche (oltre 70 mln). Il presidente Giorgio Mercuri nei giorni scorsi aveva dichiarato che fare delle previsioni sulle conseguenze della Brexit è ancora prematuro, “anche perché si aprirebbe una fase di negoziazione con l’Unione europea che si protrarrebbe verosimilmente per un paio di anni e, nel frattempo, il mercato inizierà ad assestarsi verso il nuovo scenario”. Molto dipenderà, aveva aggiunto, dal tipo di politica commerciale che sceglierà il Regno Unito. Secondo Mercuri è da escludere l’apposizione di dazi, ma bisognerà fare i conti con l’impatto di eventuali modifiche in merito al riconoscimento delle denominazioni di qualità (Dop e Igp) e le conseguenze sul tasso di cambio euro-sterlina.

Danni all’economia inglese

La Brexit, come era stato già sottolineato nei mesi scorsi dal Commissario europeo all’agricoltura Phil Hogan, avrà effetti negativi anche sullo stesso comparto agricolo britannico, che riceve dall’Ue il 7% delle risorse destinate alla Politica Agricola Comune (Pac), posizionandosi al sesto posto nella classifica dei beneficiari europei. Nel dettaglio, spiega l’Ansa, tra il 2007 e il 2013 le imprese agricole britanniche hanno ricevuto aiuti per oltre 3 miliardi di euro l’anno, pari a 200 euro l’ettaro, ossia tra 35 e il 50% del reddito lordo totale. A questi, se si aggiungono i finanziamenti al mondo rurale, l’ammontare complessivo supera i 4 milioni di euro. Un importante sostegno che il Paese rischia di perdere.

Insomma, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue potrebbe rivelarsi dannosa in particolare per gli agricoltori delle zone rurali più marginali come Scozia, Galles e Irlanda del Nord. A salvarsi sarebbero solo le grandi aziende – il Regno Unito è sede di 17 dei 100 più grandi gruppi produttori di Food&Beverage al mondo – a meno che il governo britannico non decida di continuare a sostenere le imprese gravando sulle casse nazionali.

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