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Extravergine: boom di consumi. Ma il potenziale italiano è ancora da sfruttare

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Il consumo di olio si impone sempre più anche nei paesi in cui dominano i grassi animali. L’Italia è in vetta, anche se le aziende devono modernizzarsi e produrre di più.

di Filippo Benedetti Valentini

Crescono i consumi mondiali di olio d’oliva nel mondo con un balzo del 49% negli ultimi 25 anni. Grazie al successo globale della Dieta Mediterranea, la passione dei consumatori per l’extravergine è ogni giorno più grande e si impone anche nei paesi dove la tradizione gastronomica è da sempre dominata da grassi di origine animale: dal Giappone al Brasile, dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna alla Germania. Gli ultimi dati sull’incremento della domanda sono stati diffusi da Coldiretti in occasione dell’inaugurazione di Cibus, il Salone internazionale dell’alimentazione, in programma fino al 10 maggio a Parma.

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I consumi nel mondo

Nel mondo, dice l’associazione riportando i dati Consiglio Oleicolo Internazionale (Coi), sono stati consumati complessivamente 2,95 miliardi di chili nel 2017, la metà dei quali nei paesi dell’Unione Europea. In cima alla classifica come sempre l’Italia con 557 milioni di chili, seguita dalla Spagna con 470 milioni. Ma sul podio dei grandi consumatori a livello globale salgono anche gli Stati Uniti, con un consumo di ben 315 milioni di chili (+174%), quasi triplicati rispetto a 25 anni fa. Crescita anche in Giappone (paese importatore ma anche produttore) dove i consumi sono aumentati di 8 volte raggiungendo i 55 milioni di chili, mentre in Gran Bretagna si è registrata una crescita del 247% fino a 58 milioni di chili, in Germania 359% fino ai 61 milioni di chili. Impennate registrate anche in Brasile (+313% – 60 milioni di chili), Russia (+233% – 20 milioni di chili), Canada (+229% – 39 milioni di chili) e Francia (+154% – 111 milioni di chili).

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Il potenziale italiano

Secondo l’associazione dei produttori agricoli, a sostenere la domanda mondiale è l’aumento della domanda di prodotti salutari, che favorisce l’olio extravergine alla luce degli ormai numerosi studi scientifici internazionali che ne attestano le proprietà nutraceutiche. Un’opportunità straordinaria per l’Italia che rimane uno dei principali player del settore a livello internazionale: secondo dati Ismea, il Belpaese è al secondo posto sia per la produzione che per l’esportazione, e al primo per consumi e importazione (la produzione italiana, infatti, non soddisfa né la domanda interna né quella estera, per questo acquistiamo molto olio dall’estero, soprattutto Spagna, per produrre dei blend con quello locale).

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Ancora molta strada da fare

Ma c’è bisogno di incrementare quanto possibile la produzione di olio 100% italiano, che risente di una superficie olivata troppo ridotta rispetto alle quantità di olio richieste dal mercato, oltre a un’arretratezza endemica nella gestione degli oliveti e delle aziende. In questo modo, sostiene Coldiretti, si potrebbe potenziare una filiera che coinvolge in Italia oltre 400 mila aziende agricole, localizzate soprattutto in Puglia, Calabria, Sicilia, Toscana, Umbria, Lazio e Campania.  Secondo un recente studio di Ismea, solo il 37% delle aziende tricolore si dimostrano competitive grazie ad alta specializzazione, orientamento al mercato e multifunzionalità. Il restante 63% è invece costituito da aziende marginali, in genere piccole, a conduzione familiare, dipendenti da fondi comunitari e, talvolta, con un impegno part-time da parte del personale. Per incrementare il potenziale sarebbe necessario incrementare la meccanizzazione, l’irrigazione degli oliveti e professionalizzare la gestione aziendale, favorendo così una crescita dei volumi.

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Al netto dall’impossibilità di produrre grandi quantità, l’Italia è però il paese dell’alta qualità. Con oltre 400 cultivar di olivo, ognuna espressione di storia e tipicità locale, il nostro paese è in cima alla classifica europea dell’olio certificato (42 Dop e 4 Igp). Una produzione ancora molto ridotta rispetto al potenziale offerto dalla crescente domanda di eccellenza: appena 2/3% del totale. Sempre secondo Ismea, la produzione è ancora molto concentrata su poche denominazioni, con le prime 5 che assorbono oltre il 76% del totale: Toscano Igp, Terra di Bari, Val di Mazara, Riviera Ligure, Umbria.

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