Georgia, patria del vino con 8.000 anni di storia (gallery)

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Nel Caucaso la prima cantina del mondo. Oggi, le anfore per la fermentazione con il “metodo kakhetiano” sono patrimonio dell’Unesco

di Emanuela De Pinto

Ovunque voi siate, in ogni calice di buon vino che sorseggiate c’è dentro un pezzetto di Georgia. E’ qui, in questo cuscino che separa l’Europa dall’Asia, che sono stati ritrovati reperti archeologici di ben 8.000 anni fa, attestanti la produzione vitivinicola. Sono ancora visibili i resti della prima cantina del mondo, datata 4.000 a.C. Perfino la parola vino deriverebbe dal georgiano “gwino”. Un bel debito di riconoscenza. Ecco perché l’Only Wine Festival, il primo evento dedicato ai produttori di vino under 40, concluso domenica 15 giugno a Città di Castello, ha voluto riservare proprio all’ex Repubblica sovietica un posto d’onore: un intero stand dove hanno trovato spazio alcuni dei migliori vignaioli georgiani dal carattere aperto, conviviale, amichevole.

A coordinare le varie cantine, Nicoletta Dicova, enologa e giornalista del settore. “La storia del vino – ha spiegato – comincia dalla Georgia, il più antico acino d’uva è stato rinvenuto lì, ed è straordinario che ancora oggi quella tradizione sia rimasta intatta”. Nicoletta si riferisce alla produzione del vino con il “metodo kakhetiano”. La Georgia ha più di 500 varietà autoctone. Soprattutto vini bianchi, per i quali la fermentazione della vinaccia insieme al mosto avviene in grandi anfore di terracotta chiamate “Kvevri”. Le antiche anfore vengono interrate, e al loro interno avviene la fermentazione e la macerazione. A dicembre 2013, questi particolarissimi vasi sono ufficialmente diventati patrimonio dell’Unesco.

“L’anfora – racconta Nicoletta Dicova – è un contenitore neutro, non conferisce alcun aroma. Ha una leggera porosità e proprio per eliminarla, viene trattata prima dell’uso con cera d’api, poi viene interrata ed è fondamentale un buon trattamento igienico. Altrimenti, si va incontro a problemi microbiologici e batterici. Se l’anfora è ben tenuta, può essere utilizzata anche diverse centinaia di anni”. Proprio la lunga fermentazione e macerazione delle vinacce (fino a 6 mesi), rende i vini bianchi tannici, dal colore giallo scuro, che segnano 13-14 gradi. E il palato si sorprende a ogni sorso. Un vino bianco con l’anima di un rosso.

 A proposito di rossi, il più diffuso è il Saperavi, che gli stessi produttori georgiani definiscono un vino “ancestrale”, nel senso che “bisogna pensarlo come un prodotto a forte propensione naturale, forse non elegante, ma di un’intensità incredibile”. E non pensate di cercare somiglianze con qualche vino italiano. Casomai, precisano, sono i nostri vini che somigliano al Saperavi, non il contrario. Lo dice la storia. Altra particolarità del Saperavi è che, proprio per il suo colore molto intenso, in passato veniva usato per tingere i tappeti.

In Georgia, la viticoltura rimane la principale attività agricola e il primo mercato d’esportazione era, fino a qualche tempo fa, la vicina Russia. Tutto è cambiato nel 2006, quando la Russia ha vietato le importazioni di vino e acqua dalla Georgia. A quel punto gli agricoltori hanno dovuto trovare altri sbocchi “e da lì – racconta la giornalista Nicoletta Dacova – è cominciata una riscoperta della qualità del vino tradizionale georgiano. Esempio ne è Josko Gravner  (noto viticoltore sloveno), che è stato il primo a recarsi in Georgia per apprendere il metodo kakhetiano e portarlo in Italia. L’unica differenza è che lui utilizza anche il legno, mentre in Georgia l’anfora di terracotta rimane l’unico contenitore per la produzione di vino. E, purtroppo, sono rimaste poche le famiglie che sanno ancora realizzarle”.

La Georgia, tutta la zona del Caucaso tra il Mar Caspio e il Mar Nero, merita di essere riscoperta, gustata, sorseggiata. E, di certo, anche celebrata per la sua storia millenaria in fatto di vino. Come già fece Omero nell’Odissea, che narrò il profumo dei vini della Georgia occidentale, un tempo chiamata “Colchide”.

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