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Il biscio di Nocera Umbra, una delizia sulla via dei santi

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Tra i "piatti poveri" della tradizione umbra il biscio: una torta salata, ripiena di verdure a foglia e cotta al forno, che un tempo era il pasto dei pellegrini della Via Francigena

Il Buongustaio

La rubrica di Antonio Andreani – Enogastronomo, docente di antropologia e merceologia alimentare Università dei Sapori

Nocera Umbra: dove in primavera viole, narcisi, primule e altri fiori spontanei dipingono il paesaggio di mille colori. Nota per le sue acque e bagni termali, vanta anche una tradizione culinaria di tutto rispetto. Fanno da capofila il lardo, il castrato, il cinghiale come pure il daino, il capriolo e i prodotti del bosco. Ma non mancano altre prelibatezza, definite "piatti poveri". Tra queste il biscio.

Legato al territorio da una tradizione millenaria, il biscio è uno dei piatti più tipici di Nocera Umbra. Di antichissime origini longobarde, è una torta salata fatta di una sfoglia all’uovo “tirata” molto sottile, su cui si dispongono verdure a foglia come bieta, erbe di orto e di campo o cardi selvatici (particolarmente rigogliosi sulle vicine montagne), saltate in padella con aromi e mantecate con la buonissima ricotta del posto. Si arrotola e si dispone in una teglia creando la forma di un serpentello (da qui il nome biscio). Una volta sfornato si serve a fette. Caldo o tiepido è delizioso, ma si presta benissimo anche come piatto freddo, da portarsi dietro per uno spuntino veloce anche al lavoro o per un allegro picnic.

Tradizione vuole che fosse il pasto dei pellegrini in cammino sulla Via Francigena che, con grande devozione, raggiungevano Nocera, luogo scelto da San Francesco per trascorrere i suoi ultimi giorni. Il biscio è strettamente legato alla filosofia di vita del Santo, perché riconducibile all’essenziale e alla povertà. Infatti, come accennato per la sua realizzazione, si usavano e ancora si usano i prodotti poveri della terra come il grano per la farina, le uova delle proprie galline e le erbe raccolte nei campi. Lo si trovava in vari punti di ristoro collocati lungo il percorso, dove insieme a un boccale di vino rappresentava quello che in dialetto si chiama ancora oggi lo "sdigiunino": non un pasto completo, ma il minimo indispensabile per recuperare le energie necessarie a proseguire il pellegrinaggio.

Oggi, tenendo fede alla tradizione, in tutto il territorio nocerino si prepara ancora in casa, ma è anche proposto nei vari ristoranti tipici del luogo come specialità locale. Si può gustare con carni alla brace e con le buonissime salsicce agliate e pepate, creando uno strepitoso connubio di bontà.

 
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1 Comment
  1. Manuela says

    Interessante, non conoscevo questa pietanza, devo rimediare

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