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Microbirrifici italiani, come si valorizza la creatività degli artigiani

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Birrai in Parlamento: intervista al produttore umbro Antonio Boco, per parlare di definizione e semplificazione del settore brassicolo

di Filippo Benedetti Valentini

Mentre i brand industriali italiani vengono acquisiti dalle multinazionali estere, il comparto della birra artigianale continua a crescere. Sono passati ormai vent’anni dalla nascita del movimento ispirato da Teo Musso e la sua Baladin, ma ora fare impresa in questo settore è commercialmente rilevante. Anche la politica se ne è accorta e, il 21 gennaio scorso, si è tenuta un’audizione alla Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati per parlare di semplificazione e competitività del settore. Tra gli ospiti Antonio Boco, giornalista e produttore di birra, che insieme ad altri addetti ai lavori ha rappresentato il sentimento dei microbirrifici italiani.

Perché non esiste ancora una legge chiara che definisca cosa siano la birra artigianale e il birrificio artigianale in Italia?

Non è scontato che debba esistere una categoria nella birra. Tuttavia, c’è una grande differenza tra il settore industriale, che ha capacità di gestire la burocrazia e sopportare il carico fiscale, e quello artigianale che invece, come del resto avviene per il comparto vitivinicolo, ha bisogno di semplificazioni. In quest’ottica, la definizione di birra artigianale è propedeutica a una legislazione più consona ad aziende artigianali, per facilitare lo sviluppo e la competitività delle imprese meno strutturate.

Quali sono le principali difficoltà in Italia nel fare birra artigianale?

Sicuramente uno dei problemi principali è quello delle accise e noi produttori auspichiamo in futuro un rapporto semplificato con l’Agenzia delle Dogane, in modo tale da alleggerire anche la tassazione. Poi c’è la legislazione in materia di etichetta, dei controlli e delle sanzioni. Sia chiaro, i controlli sono legittimi e li vogliamo, ma vorremmo che fossero anche questi semplificati. In un’industria spesso ci sono uffici dedicati a gestire queste pratiche, mentre nel microbirrificio non si hanno gli stessi mezzi e per un controllo si rischia di perdere giornate di lavoro e dunque di produzione. A volte ci sembra di essere delle pulci che sopportano lo stesso peso degli elefanti.

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Si pensa che l’Italia non abbia una vera e propria cultura della birra come altri paesi europei. In realtà, una storia c’è ma, a un certo punto, la produzione è diventata appannaggio dei grandi marchi. Perché?

La birra in Italia si fa dai primi anni dell’800, una cultura che è stata influenzata del Nord Europa e dalla dominazione austro-ungarica. A quel tempo c’erano anche delle abbazie risalenti al Medioevo che la producevano. Poi nella prima metà del ‘900 la birra iniziato a vivere un periodo di “gigantismo” in cui alcuni marchi, come Peroni, hanno acquisito la maggior parte dei piccoli birrifici, ampliandosi e monopolizzando il settore. Così è venuta meno la massa critica che invece si è creata per il vino, divenuto poi bevanda nazionale. Negli ultimi venti anni la riscoperta delle birre artigianali a livello internazionale ha cambiato le carte in tavola.

La birra artigianale può diventare “prodotto tipico” e giocare un ruolo nella promozione del territorio come avviene per l’olio extra vergine e il vino?

In questo momento si sta discutendo di definire meglio le norme del settore per incrementare la competitività dei microbirrifici sul mercato. Per fare questo è necessario riconoscere il concetto di artigianalità che, in realtà, non è legato a quello di territorialità. L’artigianalità si riferisce alle imprese in cui il lavoro e la creatività umana superano la tecnologia. Come produttori non intendiamo essere obbligati ad utilizzare solo materie prime del territorio, ma siamo comunque interessati a rendere il prodotto più attraente grazie alle produzioni locali. Per fare questo però ci vuole un gioco di squadra: in Italia e in Umbria si produce orzo distico per fare birra, solo che manca una vera e propria filiera del malto. Inoltre non abbiamo ancora “quote luppolo”. Ma se le istituzioni si dovessero rendere conto che il settore della birra è strategico e che l’agricoltura può beneficiare di un’espansione economica, credo che in futuro ci potrebbe essere anche la possibilità di produrre materie prime.

Se la produzione di birra artigianale in Italia non si avvale ancora esclusivamente di materie prime locali, come fa a distinguersi sul mercato internazionale?

E’ la bravura e la creatività dei produttori che fanno la differenza. Non dimentichiamo che oggi la birra artigianale italiana è molto apprezzata nel mondo, perché si riconosce al nostro movimento brassicolo di essere estremamente originale e brillante, anche grazie all’utilizzo di ingredienti non convenzionali. Per esempio, abbiamo da poco lanciato il nostro primo stile, la “Italian Grape Ale” in cui viene aggiunto mosto d’uva. Insomma, nonostante la nostra esterofilia ci sono già piccoli ma importanti segnali che ci dicono quanto siamo già rispettati sui mercati esteri.

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