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Sagrantino, 25 anni di DOCG. Il successo di ieri, le sfide di oggi

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Ad Enologica 2017, il convegno dei produttori per celebrare il riconoscimento ottenuto nel 1992. Oggi il grande vino rosso di Montefalco è un must, un prodotto iconico rinomato nel mondo. Ma servono progetti a lungo termine per restare in vetta.

di Emanuela De Pinto

Anno 1992, il Sagrantino di Montefalco diventa DOCG, un vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita. All’epoca la numero dieci in Italia, oggi se ne contano circa 80. In quell’anno il territorio conosciuto come la Ringhiera dell’Umbria per le sue vedute panoramiche contava appena 16 cantine e 66 ettari di superficie coltivata. Oggi, anno 2017, i viticoltori sono molti di più e insieme festeggiano il traguardo dei 25 anni da quel riconoscimento che ha cambiato la loro storia vinicola e l’economia di questo ritaglio di Umbria: 75 cantine e 767 ettari di terra vitati a Sagrantino.

Un percorso lungo, affascinante e faticoso insieme, come è stato raccontato nel convegno dal titolo “Ieri, oggi e domani. La DOCG Montefalco Sagrantino” che si è tenuto sabato 16 settembre al Complesso Museale di San Francesco, durante l’edizione appena conclusa di Enologica, e al quale hanno partecipato il presidente del Consorzio Amilcare Pambuffetti, il sindaco del Comune di Montefalco Donatella Tesei, il professore Luigi Gambacurta, il giornalista enogastronomico e blogger Jacopo Cossater e la direttrice del Corriere dell’Umbria Anna Mossuto, moderatrice dell’evento.

Perché è così importante la Docg? Innanzitutto perché fregiarsi di questo marchio vuol dire avere la garanzia della provenienza geografica di un vino, che sia un luogo abbastanza limitato per estensione, in cui viene coltivato un vitigno che dà un vino di particolare pregio. Il marchio può essere attribuito a quelle produzioni che da almeno 5 anni sono classificate come DOC (data al Sagrantino nel 1979). Non solo. Ogni etichetta deve superare rigidi controlli chimici-organolettici e un’analisi sensoriale di una commissione di degustatori esperti.

Tanti gli aneddoti che fanno parte della memoria di quanti il Sagrantino lo hanno visto nascere, prima come vino tradizionale espressione di un popolo e di un’interpretazione contadina a tratti grezza quanto schietta e naturale, poi come grande vino rosso da meditazione che, grazie alla lungimiranza di alcuni imprenditori, Marco Caprai in primis, è riuscito a ritagliarsi un posto di primo piano nelle cantine dei ristoranti più noti e tra gli intenditori di tutto il mondo.  Oggi una bottiglia di Sagrantino sa parlare, sa affascinare il palato più raffinato e sorprendere quello più intransigente. Perché racconta un territorio amabile da ogni punto di vista. Gastronomico, storico, paesaggistico, culturale e artistico. E ci narra, inoltre, di un modo di vivere fatto di semplicità e bellezza.

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Le potenzialità di questo vitigno erano già note nel 1500 d.C., quando si coltivava soprattutto nelle abbazie e nei conventi, come spiegato dal Prof. Gambacurta, specificando che la sua destinazione d’uso era il mosto adoperato per ‘governare’ i vini rossi. Da allora ad oggi, di vino sotto i ponti ne è passato e Montefalco è adesso un territorio ricco, che ha saputo mostrare unità e determinazione. Ma le sfide attuali che i produttori devono affrontare sono nuove, e forse ancora più ardue. “La più grande – ha sottolineato Donatella Adanti – è quella di confrontarsi con il cambiamento dei gusti, perché si fa fatica con vini così strutturati. La soluzione sta nel cercare di far capire la ricchezza culturale intrinseca di questo vino: il nostro terroir”.

Eppure, anche il modo di produrre Sagrantino, è cambiato molto nel tempo. “Si producevano Sagrantino che arrivavano ad appena 12 gradi di alcol, erano vini meno smussati  e meno eleganti di oggi”, ha ricordato Filippo Antonelli. Va ricordato che parliamo di un vino che ha ancora una lunga evoluzione davanti, perché “le vigne mature stanno venendo fuori adesso”, ha ribadito Antonelli, puntando i riflettori anche sulla nuova generazione di viticoltori e comunicatori del vino, con cui bisogna interfacciarsi per riuscire a stare al passo con i tempi. Molto deve cambiare, ma sembra mai perdere le proprie radici.

Ne è convinto Francesco Antano, proprietario della Fattoria Colleallodole, tra le cantine più antiche del territorio, a Bevagna. “Per me il Sagrantino è sacro. E’ un vino che deve mostrare i suoi muscoli, lo definisco un vino palestrato, e tale deve rimanere. Anche se ognuno ha le sue interpretazioni, dal momento che è un vitigno che cambia molto da un fazzoletto di terra ad un altro accanto. Eravamo dieci cantine, oggi siamo molte di più. Abbiamo fatto un percorso bellissimo, siamo stati recensiti in tutto il mondo, siamo cresciuti e abbiamo dato lavoro. Cerchiamo di fare ancora meglio negli anni che abbiamo davanti”.  

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Il buon vino ha fatto tanto per far crescere il nome di Montefalco, Bevagna, Giano dell’Umbria e dintorni, ma i turisti che arrivano qui oggi lo fanno anche per le bellezze culturali e artistiche che vengono custodite con orgoglio profondo. “Siamo riusciti, insieme alle istituzioni, a creare una rete di interesse che abbraccia molte ricchezze, oltre al vino –  ha ribadito Francesco Bea – ma dobbiamo ora far capire ai consumatori che siamo detentori di un gusto, chi vuole il Sagrantino, potrà trovare quello autentico solo qui in Umbria”. Un vino che da una produzione agricola locale, è diventata commercio interno prima, internazionale poi. Ed è oggi “un must, un prodotto iconico del territorio, legato a San Francesco”, ha affermato Marco Caprai.

E’ questo uno dei motivi che ha convinto anche alcuni viticoltori storici italiani ad investire in Umbria, come la famiglia Cecchi, signori del vino toscano.  “Volevamo trovare un luogo dove l’integrazione tra vino e territorio fosse impeccabile: ci innamorammo subito di queste colline e arrivammo qui in punta di piedi, nel 1997 l’acquisto dei primi vitigni, con profondo rispetto per il grande lavoro che era stato svolto dai piccoli e grandi produttori”.  

A chiudere gli interventi, il presidente del Consorzio Tutela Vini Montefalco Amilcare Pambuffetti, con uno sguardo rivolto al futuro. “Ci troviamo di fronte ad uno sviluppo tecnologico – ha concluso – che ci porterà nei prossimi anni a dei grandi cambiamenti. L’aspetto innovativo sarà un elemento essenziale del futuro, che può essere interpretato singolarmente, oppure tutti insieme come Consorzio. Dovrà essere innovato il sistema commerciale, capire quali sono i prossimi investimenti che dovranno guardare a lungo termine: il Consorzio ha la necessità fisica di immaginare grandi progetti collettivi, che abbiano la capacità di durare anni”. Almeno altri venticinque, ci auguriamo. Buon compleanno Sagrantino. Ad maiora semper.

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